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Ruben Sabbadini

Autore di racconti per comprendere la modernità (scriveva racconti, con cadenza settimanale, su un blog sul quotidiano online l'Unità piccoleattenzioni.com.unita.it ).

La panchina (racconto)

Arte
05/12/2015 0 comments
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Si era accasciata sulla panchina di quel viale stremata, non dalla fatica, a quella era abituata, non la spaventava di certo. Per tirar su due figli, farli crescere, farli studiare e renderli autonomi e, possibilmente, felici se ne era inventata quanto potesse. E tutto da sola: sì, nei primi tempi dopo il divorzio, le era stata vicina la madre ma, ormai, erano anni che doveva far conto solo su se stessa. Una storia come tante, forse neanche tanto originale, ma vera come solo la vita può essere.

Quello che la fece accasciare su quegli assi traversi era stata l’ennesima delusione, l’ulteriore promessa tradita, l’ultima volta, in ordine di tempo, in cui doveva riscoprirsi fragile, per l’ingenuità con la quale aveva creduto a promesse rivelatesi, poi, niente più che parole in libertà.

L’urgenza che diede il via alla vicenda era un nuovo appartamento, perché le mutate esigenze, i figli resisi indipendenti, imponevano di ridimensionarsi, in tutti i sensi in cui si possa intendere questo termine. Una vicina l’aveva indirizzata ad un bar in una piazzetta agli estremi del quartiere dove abitava; un posto che non frequentava spesso, anzi quasi mai, che aveva fatto anche un po’ di fatica a trovare.

Il proprietario del bar, un tal Mario, di mezza età, corpulento, dai modi spicci ma bonario, l’aveva ricevuta con calore al nome di Adriana, la vicina che le aveva fatto da tramite. Dopo un caffè, rigorosamente Lavazza (sembra che l’esperienza gli avesse fatto escludere, col tempo, qualsiasi concorrenza) gli aveva confessato che sì, un appartamentino ce l’aveva, lì dietro il bar. Vi viveva l’anziana madre un tempo ma poi, dopo che se ne era andata, una remora inconscia gli aveva impedito di trovargli un’altra destinazione.

Forse sarebbe stato anche disposto a rivedere quella posizione da cui, negli anni, mai aveva recesso, ma non per chiunque. Non poteva andare a chiunque il luogo dove era riuscito, con anni di sacrifici, a tenersela vicina, ma a suo modo autonoma, in un periodo difficile.

Era anche un certo orgoglio per quanto fosse riuscito a fare, a trattenerlo a dare, come logica volesse, altra destinazione a quelle quattro mura. Era come se aspettasse un incontro dal sapore di scusa, bastante a ridare un altro senso e destino, a qualcosa, sempre pietra e poco più era, che era indissolubilmente legato a quegli anni. Tutto si doveva volgere in un’altra direzione e repentinamente per qualcuno che dovesse illuminare la stessa realtà di sempre, con altra luce.

«Era lei che poteva compiere il miracolo?» sembrava chiederle con lo sguardo e lei, tutto insieme, aveva percepito cosa si stesse compiendo in quei brevi momenti, in quel colloquio, apparentemente banale, che si era consumato in un bar affollato di clienti della colazione mattutina, nei ritagli di tempo tra un servizio e l’altro, urlando, talvolta, per farsi sentire nel brusio costante.

Lei aveva capito benissimo tutto, gli erano arrivate chiare e distinte non solo le parole ma il loro profondo significato, cosa si giocasse lì, discosto dalla vita, in un lembo della periferia romana. Le si chiedeva, insomma, senza tanti giri di parole, di ridare un senso ad un pezzo di esistenza di un uomo che non riusciva più a vedersi com’era prima e, nel contempo, non aveva il coraggio di dare un brusco cambiamento ad una vita che, per inerzia, continuava uguale ma senza anima.

Si trattava quindi, nella sua immediata percezione, non di trasferirsi ma di traghettare verso un domani un’altra esistenza. E lei a queste incombenze aveva deciso da tempo di non ottemperare. Non voleva ulteriori responsabilità di altri e di altre vite; voleva pensare solo a se stessa anche se la solitudine, ora che i figli erano lontani, le pesava. Ma perché dovevano pensare che lei – forse perché donna? -riuscisse dove gli altri avevano il diritto di non farlo?  Perché doveva stravolgere la sua vita per permettere che altri cambiassero la propria? Aveva da tempo superato l’illusione infantile del principe che la portava via sul cavallo bianco, ma poneva, altrettanto chiaramente, dietro di sé la consuetudine di condurre cavalli bianchi per chicchessia. Che volevano da lei? Perché non riescono a dare, così semplicemente, senza chiedere e, per giunta, l’impossibile?


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