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Ruben Sabbadini

Autore di racconti per comprendere la modernità (scriveva racconti, con cadenza settimanale, su un blog sul quotidiano online l'Unità piccoleattenzioni.com.unita.it ).

Herr Doktor (racconto)

Arte
23/11/2015 0 comments
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Non riuscivo a ricordarmi chi fosse quell’uomo alto, allampanato che mi sedeva di fronte, nell’angolo opposto di quel caffè. Ero certo di averlo conosciuto negli anni passati ma non ero assolutamente in grado di ricordarmi dove. Poteva essere un condomino del palazzo ove alloggiavo, un collega o anche qualcuno estraneo al mio ambito.

Avrei potuto tranquillamente fregarmene, godermi la mia sacher in pace insieme al mio tè, ma io sono fatto così, vado d’istinto. Così mi alzai e gli andai incontro. Un cenno del capo per ottenere un primo permesso a rivolgergli la parola, poi mi presento: «sono il professor Shultz, ho l’impressione di averla già incontrata ma, purtroppo, non ricordo dove». Mi era venuto istintivo usare il tedesco, diamine eravamo a Vienna, ma, fin dalle prime parole, era ovvio che non si trovasse a suo agio con quella lingua: «sì, doktor Shulz, mi ricordo di Lei, era il Congresso di S. Pietroburgo di due anni fa. Ma Le posso chiedere di continuare questa conversazione in inglese? il mio tedesco è molto scadente».

Continuammo in inglese, io chiesi il permesso di recuperare il mio tè e di trasferirmi al suo tavolo. La prima domanda era d’obbligo, cosa lo portasse a Vienna. La risposta generica, cose di famiglia, interessi, questioni lasciate in sospeso da un padre recentemente scomparso. «Non è la scienza allora. Nulla a che vedere con quello studio che presentaste in Russia?». «No, non è la scienza; più l’arte semmai».

«A proposito, doctor Shultz, Lei potrebbe essermi di grande aiuto. Qui mi trovo come un pesce fuor d’acqua e, invece, devo muovermi bene e velocemente». «Dica pure Prof. Smirnov, se posso, volentieri». Appena in tempo, anche quella volta l’avevo scampata, mi ero ricordato il nome all’ultimo momento e solo perché rimaneva impresso in memoria quell’”effetto Smirnov”, su cui avevo passato più di una notte nel cercare di farlo rientrare nella mia teoria, senza successo, purtroppo. «Herr Doktor, ho bisogno di un antiquario, qui a Vienna, ho un dipinto di mio padre e la mia famiglia vuole che lo venda al miglior offerente». Io mi rivolgo sempre ad Helmut Berger sulla Friedrichstrasse, ma per le mie quisquiglie. Sarebbe stato in grado di occuparsi del quadro di Smirnov? Si poteva solo chiedere. Concordammo un appuntamento all’indomani sulla Friedrich alle 11 in punto.

Arrivai con un leggero anticipo e lo trovai lì, impettito come al solito. Entrammo e lo presentai a Berger; presero i loro accordi e mi resi conto che era la persona giusta. Uscimmo e si profuse in ringraziamenti: «non so come avrei fatto senza di Lei, doctor Schultz». «Di nulla, professore. Per talmente poco» replicai imbarazzato. «Deve essere assolutamente mio ospite in Russia non appena potrà e mi sarò liberato da questa incombenza». Di rimando gli partecipai che non avevo nulla in contrario e che speravo di risentirlo presto. Gli detti, ovviamente, tutti i miei recapiti e rimanemmo che si sarebbe fatto sentire prima di lasciare il paese.

Fu un paio di giorni dopo che sulla prima pagina del Kronen spiccava la foto tessera di Smirnov con sotto il titolo: “Astrofisico russo trovato morto a Vienna in circostanze misteriose”. Poi l’articolo precisava che il Professor Vladimir Ivanovič Smirnov si trovava nel nostro paese per turismo e agli inquirenti erano ancora ignari i motivi della visita e le circostanze della sua morte.

Ancora una volta agii d’istinto e mi precipitai da Helmut per chiedergli se l’avesse incontrato, se sapesse qualcosa di più. Rimasi di sasso non appena svoltato l’angolo: davanti al negozio una decina di macchine della polizia e un frenetico via vai di divise verdi che non lasciava presagire nulla di buono. La questione ora era più chiara, tra la morte di Smirnov e quel trambusto c’era un collegamento, e questo rimandava ad un misterioso quadro e a me. Ma la polizia lo sapeva? Intuiva il collegamento? o, per loro, erano due storie diverse?

Ancora una volta persi l’occasione di farmi gli affari miei, mi avvicinai a quelli che mi sembrava un ufficiale in borghese e chiesi, dopo essermi qualificato, di poter parlare col responsabile delle indagini. Incontrai il Commissario Kurzweil in centrale, gli dissi tutto quello che sapevo e che, se necessario, fossi a loro completa disposizione. Mi ringraziò anche se aggiunse che altri indizi avevano portato al collegamento tra i due delitti.

Provai a seguire gli sviluppi di quella vicenda sui giornali da cui, a poco a poco, scomparve per non farne mai più ritorno. Ormai, ad anni di distanza, quel duplice delitto si poteva annoverare tra gli omicidi irrisolti.

Per me personalmente rimane lo shock di esserne stato involontario protagonista senza, tra l’altro, che i contorni esatti delle mie responsabilità, anche se indirette, si potessero mai definire. Mi capita a volte di pensare «se non gli fossi andato incontro quel pomeriggio, se non gli avessi presentato Berger sarebbero ancora vivi?». So che non c’è risposta, sono uno scienziato, ma non riesco a fare a meno di domandarmelo. Una decisione, però, l’ho presa: non avrò pace se non verificherò definitivamente se l’effetto Smirnov rientra o meno nella mia teoria, dovessi metterci tutta la vita.


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