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Ruben Sabbadini

Autore di racconti per comprendere la modernità (scriveva racconti, con cadenza settimanale, su un blog sul quotidiano online l'Unità piccoleattenzioni.com.unita.it ).

Jana (racconto)

Arte, Cinema e teatro
26/09/2015 0 comments

\"Jana\" Jana

Si narra che, in punto di morte,

Gustave Flaubert abbia detto

«Io sto morendo ma quella troia

di Emma Bovary vivrà in eterno»

Era un personaggio nato sghembo, dall’inizio, si doveva chiamare Jana, perché così doveva, ma la tastiera del tuo computer di scrivere la J non ne voleva proprio sapere. Se proprio dovevi, necessitava di tutto l’impegno e la forza del caso per ridurre a più miti consigli quel tasto ribelle. Mai l’avevi fatto aggiustare perché tanto la J quando si usa? praticamente mai; ma ora che ne hai un bisogno insopprimibile ti trovi in un empasse da cui hai seria difficoltà ad uscire.

Per te è indispensabile quel nome, ascoltarne il suono, vederlo materializzarsi davanti a te; non puoi farne a meno né, peggio, sostituirlo con un altro. Non son cose che si fanno, non per rispetto e correttezza nei riguardi del personaggio, che, con ogni probabilità, non ne risentirebbe affatto, ma nei confronti del suo creatore che così lo generò e così lo chiamò. Ciascuno è sé anche, se non soprattutto, in virtù del suo nome ed è un grave errore pensare altrimenti. Ogni variazione da quanto stabilito, come lo spostamento da un punto di equilibrio, prima o poi riporta al punto di partenza, la lingua ritorna sul dente dolente e spesso reiteratamente.

A questo punto devi far vivere Jana sulla pagina bianca nominandola il meno possibile, quasi mai sarebbe stato il non plus ultra, senza, per questo, limitarne l’agire, l’interazione col contesto e gli altri protagonisti della storia. «Ehi, Jana, che ne pensi delle recenti elezioni in Congo?» sarebbe stato altamente inopportuno e, meglio, sarebbe stato sostituirlo con «delle recenti elezioni in Congo che ne pensi?»; un cambiamento naturale, con nonchalance, che difficilmente avrebbe destato sospetti sulle sue reali motivazioni.

Tutto sommato non era un gran guaio, di ben peggiori ti eri occupato e avevi sempre portato in porto la barca, in un modo o in un altro. Certo, per non renderti la vita difficile, devi impedirti di inventare un altro personaggio di nome, che so, Jon, meglio Ion, o una location come Pajadick, meglio Hulna. Escludi che i dirimpettai siano i signori Lovorjevich, meglio Lornevich tanto che loro non sono come la tua Jana, che al solo suono della sua voce hai un sobbalzo a cui segue un brivido caldo e rassicurante; loro non sono così importanti per te, il loro ruolo è di comprimari; servono solo a dare la battuta alla reale protagonista, quella intorno alla quale tutto ruota. Senza di Jana mai avresti scritto la storia, mai ti saresti seduto al computer per ore per permettere la sua esistenza. Lo so bene io che ho aspettato qualcosa da te per settimane senza ricavarne un solo rigo ma solo rassicuranti promesse «sto lavorando, non ti preoccupare, procede». Chi? cosa? non seppi, né ti peritasti di ragguagliarmi.

Ora so con certezza che qualcosa raccoglierò da questa semina, il mio animo è sereno, so che c’è Jana e ce la faremo anche stavolta; oso addirittura presagire che ciò avverrà tra non molto. Il problema è che ti conosco fin troppo bene e il nostro sodalizio è tale che il tuo sentire, ormai, arriva a contagiarmi e devo ammettere che anche a me il suono di quel nome, ormai, fa una strana impressione: per me, che sono il tuo agente, è suono rassicurante; significa che ancora una volta, seppure sul filo di lana, rispetteremo le scadenze con l’editore, eviteremo le penali o, peggio, eviteremo di essere presi a calci nel sedere; anzi lo eviterò io, perché è per questo che mi permetti di vivere di quelle magre percentuali, per prenderle in tua vece.

Anch’io dico, insieme a te, «Grazie Jana». È fortunata, Jana, chi può permettersi di ricevere ringraziamenti, senza aver speso neanche un giorno su questa terra? senza aver visto un solo tramonto? (senza aver pagato neanche una corona di tasse?)

Gli iscritti al suo fan club, ora sono solo due, io e te, ma so di essere facile profeta presagendo che tra non molto saranno migliaia, e poi con le traduzioni in tutto il mondo ancora di più, forse milioni. E non dobbiamo escludere, tra l’altro, che il suo nome, oltre a varcare montagne e oceani, possa attraversare i secoli così che, anche quando io e te non ci saremo più, ci sarà ancora qualcuno che lo ricorderà con languida riconoscenza. Forse ricorderanno, ma giunto al suo, anche il tuo di nome; il mio sicuramente no, forse sarà affidato a qualche studioso barboso che lo imporrà in qualche tesi di un imberbe studente, tesi che facilmente rimarrà ad impolverarsi negli scantinati di qualche dipartimento letterario e a marcire rosicchiata dai topi.


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