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Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto.
Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del

Non chiamatele solo canzonette, perché niente è come sembra!

Arte, Scuola
26/10/2015 0 comments
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La musica, per sua natura, è un linguaggio universale, trasversalmente compreso da tutti ed in grado di toccare le corde più recondite dell’animo umano. In alcuni casi, la profondità e la struttura metrica dei versi di certi brani musicali, li eleva al punto tale da far ritenere riduttivo il relegarli alla sola sfera musicale. Questo, ci induce a pensare di essere dinnanzi a delle vere e proprie liriche in musica, tali da meritarsi di essere inserite nei moderni libri di letteratura, poiché, ovunque le capacità dell’uomo siano in grado di generare, con veemenza, emozioni più commoventi della razionalità e dell’intelligenza individuali, lì si crea poesia autentica. Lì il verbo si fa cultura.  Difficile fare una selezione dei suddetti testi, senza fare torto ai restanti poeti del canto. Tuttavia, per rafforzare questa convinzione, diventa necessario fare qualche esempio (selezione del tutto soggettiva):
                                                                                                         

E Mi Troverai”
(Parole di Roberto Kunstler. Musica Cammariere) 
Le sento passeggiare nel cuore silenziosecome le rose le rime fioriscono in te
Mi son’ detto un poeta non scrive soltanto per sé
c’è qualcosa che arriva di notte e poi spinge l’inchiostro
puoi trovare un senso nascosto
una porta che si apre al confine tra sogno e realtà
Ma il futuro è già in viaggio incurante del nostro rumore
orizzonti crollati negli occhi di chi guarderà
quella luna su quel mare lontano
dove i sogni ora attendono chi liberarli potrà
E mi troverai, se vorrai sai dove cercarmi
e mi troverai nell’azzurro al tramonto sui campi
e mi troverai dentro di te
E ho messo le parole ad asciugare al sole
come se il vento potesse portarle da te, ora che
comincia a farmi male la nostalgia che ho
per quello che ora rivivere non è possibile
e non dirmi poi che sarebbe lo stesso
c’è qualcosa di te che oramai è già parte di me
E mi troverai, se vorrai sai dove cercarmi
finché un giorno poi capirai che le cose che cerchi
le hai lasciate qua dentro di m
Le sento passeggiare nel cuore silenziose
come le rose le rime fioriscono in te, ora che
ho messo le parole ad asciugare al sole
come se il vento potesse portarle da te.
***
“Il cielo capovolto”
(Vecchioni)
Che ne sarà di me e di te,
che ne sarà di noi?
L’orlo del tuo vestito,
un’unghia di un tuo dito,
l’ora che te ne vai…
Che ne sarà domani, dopodomani
e poi per sempre?
Mi tremerà la mano
passandola sul seno,
cifra degli anni miei…
A chi darai la bocca, il fiato,
le piccole ferite,
gli occhi che fanno festa,
la musica che resta
e che non canterai?
E dove guarderò la notte,
seppellita nel mare?
Mi sentirò morire
dovendo immaginare
con chi sei…
Gli uomini son come il mare:
l’azzurro capovolto
che riflette il cielo;
sognano di navigare,
ma non è vero.
Scrivimi da un altro amore,
e per le lacrime
che avrai negli occhi chiusi,
guardami: ti lascio un fiore
d’immaginari sorrisi.
Che ne sarà di me e di te,
che ne sarà di noi?
Vorrei essere l’ombra,
l’ombra che ti guarda
e si addormenta in te;
da piccola ho sognato un uomo
che mi portava via,
e in quest’isola stretta
lo sognai così in fretta
che era passato già!
Avrei voluto avere grandi mani,
mani da soldato:
stringerti così forte
da sfiorare la morte
e poi tornare qui;
avrei voluto far l’amore
come farebbe un uomo,
ma con la tenerezza,
l’incerta timidezza
che abbiamo solo noi…
gli uomini, continua attesa,
e disperata rabbia
di copiare il cielo;
rompere qualunque cosa,
se non è loro!
Scrivimi da un altro amore:
le tue parole
sembreranno nella sera
come l’ultimo bacio
dalla tua bocca leggera.
***
Amore Disperato
(Lucio Dalla)
Che cosa vuoi sapere, è meglio non sapere
L’amore che mi chiedi 
Non può finire bene…
Il cielo non lo vuole
Ha le nuvole in catene
Non fa più uscire il sole
Senza vento e senza vele
Il tuo amore non si muove
E’ fermo come un sasso
Anche il sangue nelle vene…
E’ amore in mezzo al ghiaccio,
Nel guanto del potere
Un cuore che è vigliacco
E non sa volere bene
Prende le vite con un braccio
Le tiene chiuse al buio,
Coperte da catene…
C’è un segno corto e chiaro
Laggiù nella tua mano
E’ l’ombra del destino
Che come un frutto acerbo
O la prima stella del mattino
Rende l’amore eterno…
Amore disperato
Amore mai amato
Amore messo in croce
Amore che resiste
E se Dio esiste
Voi, voi
Vi ritroverete là, là…
Amore…
Inizia la partita
Il diavolo vi sfida
Gli artigli del potere
Che come nera neve
Il lutto di una chiesa
Una candela accesa
Amore disperato
Amore mai amato
Amore messo in croce
Amore che resiste
E se Dio esiste
Voi, voi
Vi ritroverete là, là…
Amore…
***
Per Amore e per Incanto
(Claudio Baglioni)
Fa’ che il tempo di un uomo non sia
un istante e poi via
che non lascia mai niente di sé
nella storia di tutta la povera gente,
e che un timido abbraccio non sia
solo un frutto di inverno
ma un seme d’eterno
fa’ che sia così,
come un canto del cuore
come per incanto e per amore.
Fa’ che il senso di un uomo non sia
la paura di amare o la scia
di una barca legata
che non prende il mare,
e che questa già vecchia ribelle speranza non sia
più l’assurda distanza
tra gli occhi e le stelle
fa’ che sia così
come un canto del cuore
come per incanto e per amore.
Fa’ che il viaggio di un uomo non sia
la bugia di una meta
ma la verità della strada
che è lunga e segreta,
e che un pugno di riso non sia
solo un altro abbandono
ma almeno la via di un sorriso e un perdono,
fa’ che sia così
per incanto e per amore.
Fa’ che il cielo dì un uomo non sia
questa notte infinita
ma un’alba di vita
su tutta la terra
e che l’ultima guerra è finita
in un mondo con meno ingiustizia
capace di un gesto di pace e amicizia
fa’ che sia così
come un canto del cuore
come per incanto e per amore.
Fa’ che il tuo prossimo sia
non soltanto chi ti è accanto
ma anche il prossimo che verrà qui,
per incanto fa’ che sia così
 per amore fa’ che sia così.
***
Io so che ti amerò (Eu sei que vou te amar)
     (Antonio Carlos Jobim / Vinicius De Moraes / S. Bardotti
Vinicius De Moraes / Orenlla Vanoni)
Ti lascerò
tu andrai e accosterai il viso a un altro viso
le tue dita allacceranno altre dita
e tu sboccerai verso l’aurora ma non saprai che
a coglierti sono stato io
perchè io sono il grande intimo della notte
perchè ho accostato il mio viso al viso della notte
ed ho sentito il tuo bisbiglio amoroso
ed ho portato fino a me la misteriosa essenza
del tuo abbandono disordinato
io resterò solo come veliero nei porti silenziosi ma
ti possiederò più di chiunque perché potrò partire
e tutti i lamenti del mare del vento del cielo degli uccelli
delle stelle saranno la tua voce presente
la tua voce assente
la tua voce rasserenata
io so che ti amerò
per tutta la mia vita ti amerò
e in ogni lontananza ti amerò
e senza una speranza
io so che ti amerò
ed ogni mio pensiero è per dire a te
io so che ti amerò
per tutta la mia vita
io so che piangerò ad ogni nuova assenza piangerò
ma il tuo ritorno mi ripagherà
del male che l’assenza mi farà
io so che soffrirò la pena senza fine che mi da
il desiderio di essere con te per tutta la mia vita.
***
Tuttavia, molto spesso, succede anche il contrario: è la musica che attinge alla fonte inesauribile della letteratura e della poesia, rielaborandole, “contaminandole”, per poi restituircele sotto forma di nuovi piccoli capolavori. Innumerevoli, in tal senso, sono gli esempi che potrei citare.  Penso, alle alte citazioni di Fabrizio De Andrè: una su tutte la canzone, “La Città Vecchia”, che altro non è che la riproposizione, in chiave musicale, della poesia, “Città vecchia” (da Trieste e una donna, 1910-12) di Umberto Saba:
“Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via”.
Allo stesso modo, troviamo che una delle incantevoli poesie nate dalla penna di Pablo Neruda:
L’infinita (I versi del capitano)
“Vedi queste mani? Han misurato
la terra, han separato
i minerali e i cereali,
han fatto la pace e la guerra,
hanno abbattuto le distanze
di tutti i mari, di tutti i fiumi,
e tuttavia
quando percorrono
te, piccola,
grano di frumento, allodola,
non riescono a comprenderti,
si stancano raggiungendo
le colombe gemelle
che riposano o volano sul tuo petto,
percorrono le distanze delle tue gambe,
si avvolgono alla luce della tua cintura.
Per me sei un tesoro più colmo
d’immensità che non il mare e i grappoli,
e sei bianca e azzurra e vasta come
la terra nella vendemmia.
In questo territorio,
dai tuoi piedi alla tua fonte,
camminando, camminando, camminando,
passerò la mia vita.”
(Pablo Neruda)
riecheggia nella brano, “La canzone delle Colombe e del fiore”, di Guccini (il quale, per enfatizzare ulteriormente il suo omaggio al poeta cileno, si avvale anche del supporto musicale, prediligendo l’uso del ritmo tipico della danza ufficiale del Cile, ovvero sia la “Cueca”).  Ed ancora, Il ‘professore’ Vecchioni, che rende omaggio al poeta portoghese Fernando Pessoa nel suo brano, “Le lettere d’amore (chevalier de pas)”,  costruito intorno alla poesia. “Tutte le lettere d’amore”:
Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.
Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d’amore, se c’è l’amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d’amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).
(Pessoa)
Tuttavia, esempio emblematico di cantautore – i cui testi sono intrisi di citazioni – è Franco Battiato. Difficile districarsi nei meandri derivanti dalle molteplici citazioni dirette e indirette che si celano nelle sue canzoni. Impresa ardua e alquanto saccente il credere di riuscire ad individuarle tutte. Infatti, non è nelle mie intenzioni farlo. Al più, ciò potrebbe essere inteso come una sorta di gioco, “Caccia alla Citazione”. Un ‘peculiare’ passatempo attraverso cui stuzzicare e alimentare la curiosità…sacro fuoco del sapere. Per quanto mi concerne, all’origine di questo peculiare “gioco”, galeotta fu la lettura di un articolo riguardante uno dei brani più noti di Battiato, “Bandiera Bianca”, un vero tripudio di riferimenti non solo di natura letteraria. Il più delle volte, le cose arrivano senza che uno le abbia cercate. Così può capitare che la lettura casuale di una poesia di Jorge Luis Borges, “Istanti”:
“Se potessi vivere di nuovo la mia vita.
Nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igienico”.
possa far aprire un cassettino della memoria, che fa risuonare in testa l’incipit de “L’Animale” contenuta in ‘Mondi Lontanissimi’ (1985): “Vivere non è difficile potendo poi rinascere cambierei molte cose un po’ di leggerezza e di stupidità”.
In alcuni casi, Battiato riporta fedelmente i testi di altri autori, ad esempio:
“Come Un Sigillo” in ‘Fleurs 3’ (2002), si apre con un verso tratto dal Cantico dei Cantici, di Re Salomone. Cap 8, 6: “Ponimi come un sigillo sul tuo cuore, sul tuo braccio; perché l’amore è forte come la morte, il suo divampare è come il divampare del fuoco, la fiamma di Iah”.
“Come away death”, in ‘Un soffio al cuore di natura elettrica’, (Live, 2005), non è altro che una poesia di W. Shakespeare, “XLIV Dirge of Love”.
“Accetta il Consiglio”, in ‘Last Summer Dance’ ( 1 cd, 2003), è il Monologo finale tratto da “The Big Kahuna”, la cui lettura è affidata all’amico filosofo Manlio Sgalambro.
“Delenda Carthago” inCaffè de la Paix’ (1993), oltre ad essere una famosa frase latina pronunciata da Marco Porcio Catone, “Carthago delenda est”, abbreviato in Delenda Carthago (“Cartagine dev’essere distrutta”), nella canzone è citato anche un passo in latino tratto dal “Libro III, 7 delle Elegie di Sesto Properzio”.
Altre volte, Battiato, semplicemente prende in prestito i titoli di libri (libretti d’opera, etc. ), facendoli suoi:
– In questo modo, “La Cura” in ‘L’imboscata’ (1996), si rifà a “La cura” di Hermann Hesse, (1925).  In questo brano, dove lirica e melodia combinandosi danno vita ad un connubio unico,  sono evidenti le influenze del Sufismo: “Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le Vie che portano all’Essenza”. Nel testo, trovano spazio anche riferimenti inerenti alla meccanica quantistica, “Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce, per non farti invecchiare”. (“Corpi In Movimento”, del matematico David Hilbert. Lo spazio di Hilbert, spazio vettoriale completo dotato di prodotto interno, è alla base dell’apparato matematico della meccanica quantistica).
“Casta Diva” in ‘Gommalacca’ (1998), Cavatina della protagonista nella “Norma” di Vincenzo Bellini. Brano che Battiato dedica alla Divina Maria Callas che, in più di un’occasione, definì “Casta Diva”, il suo cavallo di battaglia.
“Vite parallele”, in ‘Gommalacca’ (1998), trova corrispondenza in “Le vite parallele” di Plutarco (dedicate a Quinto Sosio Sesecione, consiste di ventritrè coppie di biografie, ognuna narrante la vita di un uomo greco e di uno romano, insieme a quattro vite spaiate).
“Fisiognomica” in ‘Fisiognomica’ (1988), è un’opera minore di Aristotele (oggi di discussa autenticità), “Fisiognomica”. Tratta della corrispondenza tra i caratteri degli uomini e gli attributi somatici esterni del viso e del corpo.
“Orizzonti Perduti” in ‘Orizzonte perduto’ (1983), tratto da “Orizzonte perduto”, titolo originale Lost Horizon, James Hilton 1933. Frank Capra, poi,  ne ha fatto un film nel 1937.
“Auto da fè” in ‘Gommalacca’ (1998), trova riferimento in “Auto da fè” di Elias Canetti ( in tedesco “Die Blendung”, letteralmente “L’accecamento”, tradotto in italiano come Auto da fé, titolo voluto dallo stesso Canetti) pubblicato nel 1935. Comunque sia, può essere che più che al suddetto libro, Battiato intendesse l’autodafé, o auto da fe o sermo generalis, che era una cerimonia pubblica, facente parte in particolare della tradizione dell’Inquisizione spagnola, in cui veniva eseguita la penitenza o condanna decretata dall’Inquisizione. Dal portoghese auto da fé, cioè atto di fede.
– “Il Re del mondo”, in ‘Mondi lontanissimi’ (1985), è il titolo di un libro di uno scrittore francese dell’ottocento, Renè Guenòn, che in esso si sofferma su due scritti precedenti: “Mission de l’Inde” di Saint-Yves d’Alveydre e “Bestie, uomini e dei” di Ferdinand Ossendowski. Guenòn riprende le teorie espresse sia d’Alveydre che Ossendowski, sull’esistenza di un regno sotterraneo, Agharti (alcuni fisicamente collocano questo luogo nella leggendaria Atlantide) , dove vive un monarca dai poteri straordinari: Il Re del Mondo, che “ci tiene prigionieri il cuore”.
“La terra e il cielo cessavano di respirare. Il vento non soffiava più, il sole si era fermato. In un momento come quello, il lupo che si avvicina furtivo alla pecora si arresta dove si trova; il branco di antilopi spaventate si ferma di botto […]; al pastore che sgozza un montone cade il coltello di mano […] Tutti gli esseri viventi impauriti sono tratti involontariamente alla preghiera e attendono il fato. Così è accaduto un momento fa. Così accade sempre quando il Re del Mondo nel suo palazzo sotterra prega e scruta i destini di tutti i popoli e di tutte le razze”.
(F. Ossendowski, “Bestie uomini e dei”, Montespertoli (FI) 1999, p. 215.)
Tale teoria, che è in netta contrapposizione con l’affermazione del libero arbitrio, viene ironicamente richiamata da Battiato,  il quale ne da un’accezione negativa e ne prende le distanze. Infatti, Guenon, viene citato ancora nello stesso album, nella canzone “Magic Shop”, che rappresenta una farsa delle mode del tempo legate al facile esoterismo. Quest’ultimo brano ci proietta verso il mondo arabo, tanto caro a Battiato. Influenze arabe le riscontriamo nei ritmi di “Areknames”, “No u Turn”, “Aria di Rivoluzione” o “Sequenze e Frequenze”.
“Lettera Al Governatore Della Libia”, ‘Giubbe rosse’ (1989). Ambientata agli inizi del secolo XX, esplicito riferimento alla guerra in Libia, ad Omar Mukhtar, detto il Leone del Deserto, eroe della resistenza libica prima contro i turchi e, successivamente, contro i colonizzatori italiani. Nel 1930 Mussolini affidò al vice governatore della Cirenaica, il generale Rodolfo Graziani, l’incarico di fermare la resistenza di ʿOmar al-Mukhtār. Ritorna il tema dell’assurda lotta tra Occidente ed Oriente.
“Strade dell’Est”, ‘L’Era del cinghiale bianco’ (1979). Racconta  le vicende del leader kurdo Mustafa Mullah Barazani nella lotta degli anni Sessanta contro gli Iracheni, e i Turchi che arrivano in un’Oriente dove le strade segnano i sentieri d’antiche carovane, strade dell’Est verso lo Sconosciuto.
“L’era del Cinghiale Bianco”, ‘L’Era del cinghiale bianco (1979)’. Anche in questo caso si respirano atmosfere arabeggianti: “Pieni gli alberghi a Tunisi…studenti di Damasco”. Qui, però, l’elemento caratterizzante viene dato dal verso: “Spero che ritorni presto l’era del cinghiale bianco”, si ispira alla Leggenda druidi del “cinghiale bianco”. Infatti, il cinghiale è forse il più importante simbolo zoomorfico dei Celti, da un lato emblema di guerra e di caccia, dall’altro di ospitalità e festa. Indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. “L’era del Cinghiale Bianco”, si riferisce all’Era dell’Acquario (La costellazione che oggi noi chiamiamo dell’Acquario un tempo era quella del Cinghiale).
 “Come un Cammello in una Grondaia”, il titolo della suddetta canzone e dell’intero album è una citazione di Al-Biruni, scienziato persiano vissuto nel XII secolo, che era solito pronunciare tale frase per indicare l’inadeguatezza della propria lingua nel descrivere argomenti di carattere scientifico. (In copertina vi è un particolare da un dipinto di Süphan Barzani, pseudonimo dello stesso Battiato).
– I Cammelli sono una costante anche in Ibn Arabi, che nel suo “L’interprete delle passioni”, attribuisce ai cammelli il significato di “aspirazioni”. Ibn Arabi rappresenta un’altra figura emblematica per Battiato, fonte d’ispirazione per l’opera “Gilgamesh”. Con Ibn Arabi si ha per la prima volta un’esposizione completa della dottrina del sufismo, una monumentale sintesi che racchiude teologia, metafisica, cosmologia, psicologia pratica spirituale e molto altro. Il Sufismo (in arabo Tasawwuf), è  la corrente più esoterica e mistica della religione islamica. Non esiste un solo movimento Sufi, ci sono bensì varie confraternite che si riuniscono in un luogo comune, sotto la guida di un Maestro. Qui vengono utilizzate varie tecniche per pervenire a un’estasi mistica. Tra queste la respirazione, la concentrazione mentale, la ripetizione continuata di mantra, nonché la danza. Proprio la danza ha reso famoso una particolare corrente Sufi che è quella dei Dervisci. Una confraternita Sufi diffusa soprattutto in Turchia e Iran.
“Voglio vederti danzare”, ‘L’arca di Noè’ (1982), troviamo i dervisches tournerneur, i danzatori mistici dalle lunghe gonne che girano sulle spine dorsali, ruotando su sè stessi, con la mano destra verso l’alto e la sinistra verso il basso (una curiosità: se si osserva la copertina del disco, le due “t” di Battiano, sono la rappresentazione stilizzata dei danzatori sufi). Le danze mistiche dei Dervishi rotanti sono un movimento circolare ed ossessivo su sé stessi, attorno al proprio asse spirituale, ma anche corporeo: una danza che sembra riportare l’attenzione sul profondo valore dell’introspezione, quale componente indispensabile di una crescita interiore. L’eterno “girare” su sé stessi per raggiungere la verità assoluta. In Occidente il primo a parlare di Sufismo al grande pubblico è stato Gurdjieff.
–  “Caffè de la Paix”, ‘Caffè de la Paix’ (1993), è un locale parigino, progettato da Charles Garnier (lo stesso architetto dell’Opèra di Parigi) ed inaugurato nel 1862. Luogo dove Gurdjieff, alle cui opere Battiato spesso si ispira (basti pensare a termini quali “shock addizionale” e “Centro di Gravità Permanente”) , incontrava i suoi adepti e il dove scrisse “Racconti di Belzebù”. George Ivanovitch Gurdjieff (1866?-1949), il cui insegnamento combina cristianesimo, sufismo e altre tradizioni religiose, è uno dei più influenti maestri nella storia dell’esoterismo contemporaneo. Quindi la gravità diventa una specie di centro interiore. “Quando una persona è “fuori centro”, “non ha centro”, diciamo che è “scentrata”. E la possiamo determinare con un esempio di legge fisica: c’è un punto in cui una persona è in equilibrio su di sé; un altro punto in cui basta un po’ di vento per farti cadere giù. E’ il centro attorno al quale ruota tutto il mondo della percezione e dell’impressione: è una posizione dalla quale tutto il resto è periferia, una posizione dalla quale vedi tutto il mondo. Esiste un collegamento con il controllo delle emozioni.Si tratta di un’idea di unità portata alle estreme conseguenze, contro la frammentarietà dell’essere, e per l’essere Uno. Il centro perfetto è veramente difficile da raggiungere. Un altro dei concetti che Gurdjieff approfondiva, era il dramma di continuare a cambiare continuamente, invece di cercare il “centro di gravità permanente, da lui definito shock addizionale la possibilità di non cambiare.
– Un altro dei brani in cui Battiato probabilmente fa riferimento celato ‘al suo maestro’ Gurdjieff è “Prospettiva Nevskj”, in  ‘Patriots’ (1980). Nome della strada principale di San Pietroburgo – Leningrado, un grande viale verso il fiume Neva, dedicato ad Alexander Nevskj, condottiero russo che respinse l’offensiva dei tedeschi, nel medioevo, nella battaglia sul lago ghiacciato. Ad Alexander Nevskj, Ejzenštejn dedica il film omonimo, le cui musiche furono firmate da Prokofiev. “Un film di Ejzenštejn sulla rivoluzione”, si riferisce al film Ottobre dello stesso registra. Nel bravo viene citato anche un altro grande compositore russo Stravinskij.
Troviamo poi dei titoli che suscitano curiosità, come ad esempio:
“Cafè-Table-Musik” (strumentale), ‘Battiato’ (1977), espessione con cui Marcel Proust aveva definito alcuni dei suoi libri.
–  “L’ombrello e la macchina da cucire” in ‘L’ombrello e la macchina da cucire’ (1995). Questa titolo è stato tratto da un brano de “I canti di Maldoror” di Isidore Ducasse,  Conte di Lautrèamon:
“[…]bello come la retrattilità degli artigli degli uccelli rapaci; o ancora, come l’incertezza dei movimenti muscolari nelle pieghe delle parti molli della regione cervicale posteriore; […] e soprattutto, come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello!” (Lautréamont, Canti di Maldoror, cantoVI ). Tra le altre cose, è rivendicato come libro precursore del movimento Surrealista.  In realtà, questo disco è pieno di riferimenti di spessore: “Breve invito a rinviare il suicidio”:Arthur Schopenhauer;  Leopardi. “Gesualdo da Venosa”: Immanuel Kant  (fondazione della metafisica dei costumi). “Moto browniano”, il moto disordinato delle particelle presenti in fluidi o sospensioni fluide, di Robert Brown).
Come si può intuire, questo è solo un piccolo assaggio delle numerose citazioni che possono essere individuate nei brani di Battiato. Un modesto esempio di come la musica, oltre ad essere linguaggio universale, è anche uno strumento attraverso il quale si può ampliare il proprio sapere.
Rosy Merola

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