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Rosy Merola

Definisco il mio percorso professionale come un “volo pindarico” dalla Laurea in Economia e Commercio al Giornalismo. Giornalista pubblicista, Addetta stampa, Marketing&Communication Manager, Founder di SinergicaMentis. Da diversi anni mi occupo della redazione di articoli, note e recensioni di diverso contenuto.
Per il percorso di studi fatto, tendenzialmente, mi occupo di tematiche economiche. Nello specifico, quando è possibile, mi piace mettere in evidenza il lato positivo del

Geopolitica del petrolio: 1973, l’esordio dell’oro nero come arma

Ambiente, Economia e Finanza
14/10/2015 0 comments
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“L’assetto economico è sempre stato decisivo nel contribuire a determinare il grado di conflittualità delle relazioni internazionali, sia per via dei conflitti che riguardano l’accaparramento di risorse strategiche (petrolio, acqua, terra) sia per le acute tensioni che si possono generare nelle relazioni tra creditori e debitori, all’interno del mercato internazionale. Centrale appare a riguardo il tema delle risorse naturali ed energetiche. Negli ultimi anni, la disponibilità di risorse è divenuto il fattore scatenante di nuovi conflitti internazionali e interni”, questo è quanto si legge nel ‘Conflict Barometer 2011’, rapporto annuale elaborato dal Political Science Department of the Heidelberg Institute for International Conflict Research (HIIK). Tuttavia, con lo sviluppo di strumenti finanziari sempre più sofisticati, frutto dell’ingegneria finanziaria, le cause-effetto collegate al petrolio, da economico-geopolitico (sottolineiamo che, tre delle cinque recessioni globali del passato, sono scaturite da uno shock geopolitico in Medio Oriente), si sono fatte sempre più di matrice finanziaria. Come evidenzia il ‘Conflict Barometer’, è la “finanziarizzazione del mercato delle commodities”, ovverosia l’azione degli speculatori e dei mercati finanziari mondiali ad influenzare le politiche fiscali delle potenze mondiali.

Tuttavia, questo è solo l’ultimo episodio, in ordine di tempo, in cui il petrolio fa da sfondo (seppure in modo indiretto) ad un conflitto. In particolare, secondo Leonard L. Coburn, presidente del Coburn International Energy di Washington, in passato direttore dell’Office of Russian/Eurasian Affairs, US Departement of Energy: “La sicurezza energetica nell’era moderna probabilmente inizia con la decisione di Winston Churchill prima che inizi la guerra mondiale a cambiare il carburante della flotta dal carbone al petrolio. Per assicurarsi una stabile fonte di petrolio il Governo intervenne in Iran”. Tuttavia, la conversione dell’economia mondiale al petrolio avvenne in maniera graduale, in corrispondenza di due importanti episodi internazionali: l’irrigidirsi dei rapporti est-ovest e la guerra di Corea (dal 1950 al 1953).

In particolare, alla fine del secondo conflitto mondiale, il mondo industrializzato utilizzava, principalmente, il carbone. Nel 1950, il petrolio e il gas naturale coprivano, rispettivamente, il 28,9 e 8,9% del consumo mondiale di energia, per raggiungere il 64,4% alla vigilia della guerra del Kippur(1). Con il passare del tempo, per le potenze mondiali, il dominio della fonte energetica più rilevante per il futuro delle società industriali diventò un obiettivo fondamentale. A causa di ciò, le Nazioni iniziarono a sviluppare politiche estere petrolifere sempre più aggressive, a colpi di strategie e negoziati, essenzialmente poggianti sulle “royalties”. Tra questi, ricordiamo un accordo stipulato il 30 dicembre 1950, tra un consorzio di società americane in Arabia Saudita (l’Aramco) e il governo saudita, con cui venne stabilito che gli utili sarebbero stati distribuiti alla pari (fifty-fifty). Così, i grandi compromessi petroliferi posti in essere negli anni Cinquanta, riuscirono a sopravvivere per circa vent’anni, fino al precipitare della situazione in Medio Oriente, con lo scoppio della guerra dello Yom Kippur (1973).

Alla vigilia del suddetto conflitto, in Medio Oriente, la geografia politica era rimasta immutata dopo la guerra arabo-israeliana del giugno 1967 (la terza guerra arabo-israeliana, consumatasi tra il 5 e il 10 giugno, per questo definita “guerra dei Sei Giorni”, combattuta tra Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra. Fino al quel momento, Israele occupava più del territorio concessogli dall’ONU, ma il resto della Palestina era nelle mani arabe. Al termine del conflitto, Israele aveva sottratto la Penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania e le alture del Golan alla Siria), con Israele che occupava i territori conquistati e il canale di Suez che restava bloccato.

Nell’autunno 1973, il Presidente egiziano Mohammed Anwar es-Sadat, d’intesa con la Siria, decise di invadere Israele. Le operazioni cominciarono nella notte del 6 ottobre, mentre gli israeliani erano assorti nei riti del digiuno e del pentimento prescritti da una delle loro principali feste religiose, lo Yom Kippur. In poche ore, egiziani e siriani conquistarono terreno rapidamente inoltrandosi nel Sinai e nel Golan. Alla fine della giornata, l’Egitto aveva stabilito una linea su tutta la costa orientale di Suez e Israele era sulla difensiva.

Kissinger, lo stesso 6 ottobre, cercò il supporto degli alleati per ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite al fine di chiedere il cessate il fuoco e per tornare allo status quo ante(2), ma Francia ed Inghilterra non furono disposte ad appoggiarlo. Infatti, l’Inghilterra era riluttante a chiudere una risoluzione che imponesse agli arabi di ritirarsi dai territori su cui spettava loro di diritto la sovranità. Il Governo di sua Maestà, invece, propendeva per una risoluzione che consentisse la riaffermazione della Risoluzione 242 (votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza, il 22 novembre 1967, per porre fine al conflitto del giugno 1967) per cessare il fuoco, e chiedesse al Segretario Generale delle Nazioni Unite di promuovere i negoziati(3).

In realtà, l’offensiva militare contro Israele dell’ottobre 1973, più che una guerra di conquista fu soprattutto una mossa politico-militare ordita da Sadat per indurre le grandi potenze ad intervenire, a separare i contendenti e a focalizzare l’attenzione sull’esigenze egiziane. Per Kissinger, il conflitto arabo-israeliano doveva essere visto in termini di rapporti Est-Ovest. Gli eventuali successi egiziani si sarebbero dovuti interpretare come un rovesciamento dell’influenza americana in Medio Oriente. Tuttavia, a prescindere da ciò, con il suddetto conflitto la questione energetica divenne uno dei problemi comuni che il mondo Occidentale fu costretto ad affrontare. I Paesi industrializzati dell’Occidente dipendevano ormai dal petrolio, cosa che li poneva in una posizione di vulnerabilità.
Dipendenza e vulnerabilità divennero drammaticamente evidenti proprio nel corso della guerra dello Yom Kippur. Infatti, fu proprio questo il momento in cui i Paesi arabi sfoderarono una nuova arma: il petrolio(4).

L’uso inedito dell’arma petrolifera rappresentò la vera sorpresa della guerra, sia per l’ampiezza, che per le conseguenze. Questa entrò in campo l’8 ottobre 1973. I paesi dell’OPEC (Organizzazione Paesi Esportatori Petrolio), nel corso di un negoziato, chiesero il raddoppiamento del prezzo ufficiale del petrolio da tre a sei dollari al barile, ma la loro richiesta non fu accolta, così il negoziato si bloccò. Intanto la guerra sul territorio continuava: le due Superpotenze, così come Sadat aveva auspicato, accorso in aiuto dei loro rispettivi alleati organizzando due ponti aerei: uno dagli Stati Uniti verso Israele, l’altro dall’URSS verso l’Egitto. Il 10 ottobre, dopo cinque giorni di guerra, l’URSS iniziò a rifornire Siria ed Egitto.

Nel frattempo, Kissinger continuava ad insistere con il Governo britannico sulla necessità di fare cessare il fuoco attraverso una risoluzione di tregua dell’ONU. Il Primo Ministro inglese, Edward Heath, ed Alec Douglas-Home (Segretario di Stato per gli Affari Esteri e del Commonwealth) sostenevano che bisognava attendere il momento psicologico giusto. Il Governo inglese era stato informato dal Cairo e da Tel Aviv che l’accettazione della tregua da parte degli egiziani era subordinata al ritiro totale di Israele e al ripristino dei confini in essere nel 1967(5). Sadat cercava di ottenere, attraverso i canali diplomatici, il ritiro di Israele da una parte del Sinai. Egli, inoltre, fece sapere che si sarebbe avvalso del supporto della Cina e dei cinesi per porre il veto al progetto di stampo americano, volto ad ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite(6).

L’Amministrazione Nixon (a quell’epoca al governo degli Stati Uniti) si trovò in una posizione effettivamente difficile, il Congresso premeva per avere qualche tipo di risposta sulla situazione. Inoltre, Israele, costretto alla difensiva, era già allo stremo a causa dell’esaurirsi delle proprie scorte militari. Così, Washington, non potendo più indugiare, il 13 ottobre diede il via al ponte aereo verso Israele. Il lancio del ponte aereo americano rappresentò il primo motivo di contrasto con gli alleati europei. Infatti, uno per volta, questi negarono il proprio appoggio alla suddetta iniziativa americana. Il 10 ottobre la Turchia fece sapere a Washington che la base aerea di Incirlik e le altre strutture americane dislocate sul loro territorio erano a disposizione solo per le finalità NATO e, di conseguenza, non potevano essere impiegati per le operazioni inerenti la guerra in Medio Oriente(7). Il 13 ottobre anche la Grecia assunse lo stesso atteggiamento. Così, ad eccezione del Portogallo, dei Paesi Bassi e della Repubblica Federale Tedesca, gli altri membri della NATO, direttamente o indirettamente vietarono agli Stati Uniti l’uso del loro spazio aereo. A causa di ciò, gli aerei americani dalla Germania furono costretti a sorvolare l’oceano Atlantico, a costeggiare la Francia e la Spagna, per entrare nel Mediterraneo a Gibilterra e raggiungere direttamente Israele. Gli Europei si giustificarono facendo appello ad un argomento legale, secondo cui gli obblighi del Patto Atlantico non includevano l’area del Medio Oriente.

Il 16 ottobre, all’indomani dell’avvenuto rifornimento di armi ad Israele ad opera degli Stati Uniti, i rappresentanti della Comunità Europa furono ricevuti dal ministro degl’Esteri dell’Arabia Saudita, il quale li avvertì che, se i Nove non avessero fatto delle pressioni sugli Stati Uniti per far loro cambiare atteggiamento nei confronti della disputa arabo-israeliana, l’Arabia Saudita avrebbe ridotto la propria produzione di petrolio(8). Intanto, a Kuwait City, i delegati dell’OPEC decisero un aumento del prezzo ufficiale del greggio del 70%, a 5,11 dollari, allineandolo al prezzo del mercato libero. Il giorno successivo, i delegati dell’Organizzazione dei Paesi Arabi Esportatori di Petrolio (OAPEC), senza l’Iran, annunciarono che gli Stati-membri avrebbero ridotto le loro produzioni di petrolio del 5% ogni mese, fino a quando Israele non si fosse ritirato dai territori occupati e al popolo palestinese non fossero stati riconosciuti i propri diritti. Il comunicato precisava che le misure restrittive non avrebbero colpito gli Stati che attivamente e materialmente stavano sostenendo la causa araba(9).

Era evidente che si trattava di una misura adottata per colpire in modo specifico gli Stati Uniti. Il 18 ottobre l’Arabia Saudita annunciò che avrebbe aumentato ulteriormente tale quota, riducendo del 10% la propria produzione. La situazione peggiorò quando Nixon chiese al Congresso uno stanziamento di 2,2 miliardi di dollari per aiuti ad Israele. La reazione araba fu fulminea. Il giorno successivo all’annuncio americano, l’Arabia Saudita proclamò l’embargo totale verso gli Stati Uniti(10). Kissinger, per portare avanti l’iniziativa diplomatica e per far rientrare la crisi, si recò a Mosca nella speranza di ottenere il supporto sovietico per raggiungere una tregua. I Sovietici, però, non erano ben predisposti, anche se non erano sicuri di voler appoggiare sino in fondo gli egiziani(11). La visita di Kissinger a Mosca si risolse con la volontà dei presenti di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza, al fine di ottenere una risoluzione che obbligasse le parti in lotta a cessare il fuoco entro venti ore dalla sua adozione, l’applicazione della Risoluzione 242 e l’apertura dei negoziati(12). Questi provvedimenti furono inseriti nella Risoluzione ONU n. 338 del 22 ottobre. Israele non accettò immediatamente di adempiere alla risoluzione, continuando l’avanzata verso Suez.

La situazione era davvero drammatica e l’allarme acutizzò le tensioni in seno all’Alleanza Atlantica. Infatti, gli altri Membri del Consiglio di Sicurezza, se da un lato erano molto preoccupati per il fallimento delle due Superpotenze, dall’altro lato erano irritati per non essere stati consultati preventivamente(13). In pratica, «Nella questione mediorientale l’Europa veniva trattata come una “non persona”: la unperson di orweliana memoria»(14). Alle prime ore del 25 ottobre, Kissinger telefonò all’ambasciatore britannico a Washington, Lord Cromer, per comunicargli che Nixon aveva ricevuto una lettera da parte di Leonid Brezhnev con il quale lo informava che, se gli Stati Uniti non avessero persuaso Israele a rispettare il cessate il fuoco, l’URSS avrebbe agito unilateralmente(15).

Kissinger giustificò gli Stati Uniti per non aver informato immediatamente gli alleati, ma la lettera di Brezhnev aveva fatto scattare lo stato d’allerta, facendo passare in secondo piano tutto il resto(16). Era stata una misura estrema legata allo stato d’emergenza. Secondo Kissinger, l’imminenza del pericolo non aveva consentito uno scambio di vedute e, molto probabilmente, gli Stati Uniti non avrebbero nemmeno preso in considerazione una posizione diversa dalla loro. L’attenzione di Washington era tutta concentrata su una possibile mossa militare sovietica. Per mettere fine al confronto sovietico-americano e far rientrare la crisi, il 25 ottobre, gli Stati Uniti avanzarono la proposta, inserita nella Risoluzione 340, di una forza d’emergenza delle Nazioni Unite dalla quale fossero esclusi tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Gli israeliani accettarono di adempiere a quest’ultima risoluzione ONU lo stesso 25 ottobre. In questo modo si riuscì a bloccare lo scontro armato e a riportare le cose nell’ambito della sfera diplomatica. A questo punto, però, lo scontro tra gli Stati Uniti e i loro alleati era scontato. Francia e Gran Bretagna protestarono per la loro estromissione. La crisi del Medio Oriente aveva fatto emergere la reale situazione nei rapporti transatlantici. Infatti, la scarsa considerazione americana nei confronti della vulnerabilità europea sul fronte energetico aveva incrinato ulteriormente i rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. Gli Stati Uniti si rendevano conto del fatto che l’Europa avevano una dipendenza del petrolio arabo maggiore rispetto alla loro, ma non erano d’accordo sul fatto che la vulnerabilità europea sarebbe diminuita dissociandosi dell’azione americana.

La crisi fra Stati Uniti e Comunità Europea raggiunse il suo apice il 6 novembre 1973, in seguito ad una riunione dei ministri degli Esteri della Comunità a Bruxelles, dove i Nove cercarono una soluzione comune alla questione in Medio Oriente. La Dichiarazione dei Nove chiedeva alle parti coinvolte nel conflitto il ritorno immediato alle posizione occupate fino al 22 ottobre, concordemente alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza nn. 339 e 340. I presenti erano convinti che un ritorno alle suddette posizioni avrebbe reso più semplice trovare una soluzione. I Nove speravano fermamente che, seguendo le misure della Risoluzione ONU n. 338 del 22 ottobre, le negoziazioni avrebbero condotto ad una pace giusta e duratura attraverso l’applicazione n.242. La Comunità Europea riteneva che un accordo di pace avrebbe dovuto mirare al ripristino dei confini esistenti prima del conflitto arabo-israeliano 1967. Ciò significava che Israele avrebbe dovuto lasciare i territori occupati con la forza. Inoltre, l’accordo doveva garantire il rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale di ciascuno degli Stati coinvolti e il loro diritto di vivere in pace dentro confini sicuri e riconosciuti. Infine, per garantire la pace, era fondamentale il riconoscimento dei diritti legittimi dei palestinesi(17).

La Comunità Europea attraverso tale azione, tra le altre cose, desiderava persuadere gli Stati arabi a moderare il loro embargo nei confronti dell’Olanda(18). Tuttavia, gli europei per essere accettati come garanti del regolamento del regolamento di pace dovevano essere uniti ed essere armati. Dovevano, dunque, fare l’Europa e questo era fondamentale anche per arrestare la paralisi progressiva indotta dal boicottaggio del petrolio. La suddetta Dichiarazione determinò una netta frattura fra gli Stati Uniti e i loro alleati nei confronti della questione arabo-israeliana.

Kissinger, che a settembre era stato nominato Segretario di Stato, informato della decisione europea, la giudicò come un gesto per conquistarsi la benevolenza dei paesi produttori di petrolio, al fine di anticipare un eventuale successo diplomatico americano. L’atteggiamento assunto dagli alleati europei, per Kissinger, rischiava di avere gravi conseguenze per tutti. Al fine di stemperare le tensioni, il Segretario di Stato americano chiese ed ottenne un confronto con i Nove, il quale ebbe luogo il 10 dicembre, in occasione della riunione semestrale di tutti i ministri degli Esteri della NATO. Kissinger, per placare le lamentele sulla mancata consultazione degl’alleati in occasione dell’allarme, affermò che l’azione americana aveva evitato una vittoria dei sovietici, la quale avrebbe potuto rafforzare l’influenza dell’URSS. Inoltre, Kissinger sottolineò il bisogno di un’azione comune per risolvere la crisi energetica. Infatti, se gli Stati Uniti, da soli, avrebbero potuto risolvere i loro problemi con gran difficoltà; l’Europa, invece, non ci sarebbe mai riuscita. Dopo il discorso Kissinger, Michel Jobert (ministro degli affari esteri francese), che aveva chiesto di parlare per ultimo, continuò la linea dura assunta nei confronti degli americani, ponendo l’accento sulla coegemonia delle due Superpotenze. Continuò a sostenere che l’Europa avrebbe dovuto elaborare una politica autonoma per preservare i propri interessi.

L’incontro tra Kissinger e i Nove non aveva fatto altro che porre l’accento sul malessere dei suddetti rapporti. Per questa ragione il Segretario di Stato americano tentò un’altra apertura conciliante al fine di distendere i toni. Tuttavia, l’iniziativa lanciata da Kissinger, il 12 dicembre, durante il suo discorso alla Society of Pilgrims di Londra, non migliorò di certo la situazione. Parlando al pranzo di gala, egli propose all’Europa, al Giappone e al Nord America la formazione di un Gruppo d’azione per l’energia composto da personalità autorevoli e prestigiose con il mandato di sviluppare, entro tre mesi, un primo programma d’intervento per la collaborazione in tutti i settori del problema energetico. I paesi produttori avrebbero ricevuto un incentivo al fine di incrementare la loro produzione. Inoltre sarebbero stati invitati ad unirsi al Gruppo d’azione, in modo tale da poter perseguire un interesse comune, nel rispetto di tutti i soggetti coinvolti. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto lasciato decidere ai Nove se partecipare come comunità Europea.

Come era già successo in passato, la Francia bloccò anche quest’ultima proposta di stampo americano, continuando a sostenere che la Comunità Europea doveva elaborare una propria politica energetica, proponendo un dialogo arabo-europeo. Questo fu l’oggetto della riunione dei Capi di Stato e di Governo, a Copenaghen il 14-15 dicembre. I nove tentarono di formulare una politica comune nei confronti della crisi energetica, ma riuscirono soltanto a tracciare delle linee guida per una politica di risparmi energetici. L’iniziativa dei ministri degli Esteri di quattro Paesi arabi di presentarsi alla Conferenza e di essere ricevuti senza difficoltà dai Nove rese le divergenze ancora più evidenti. Infatti, questo era stato un privilegio che non era mai stato concesso agli Stati Uniti. Comunque sia, “Il punto di massimo fiorire della cooperazione politica europea”(20) fu la Dichiarazione sull’identità europea formulata al suddetto vertice di Copenaghen e fortemente voluto da Jobert. Nelle intenzioni francesi, la Dichiarazione, “[…] doveva servire come carta dell’indipendenza della Comunità nei confronti degli Stati Uniti”(21). Tuttavia, gli obiettivi della visione di Jobert “eccedevano in realtà la portata delle sue braccia”(22).

La Comunità Europea, però, aveva scelto il momento meno opportuno per decidere di agire autonomamente rispetto agli Stati Uniti. Così, il manifesto dell’identità europea, in cui erano state tracciate le linee direttrice della politica estera che la Comunità avrebbe dovuto seguire negli anni successivi, “sembra più chiudere che aprire una promettente stagione”(23). Infatti, l’anno 1973 si chiuse drammaticamente con lo “shock petrolifero”. Il 23 dicembre l’Iran annunciò che Sei dei principali produttori di petrolio del Golfo avevano deciso di aumentare il prezzo da 5,10 a 11,65 dollari al barile, quadruplicando il prezzo rispetto ad ottobre. Tale aumento dei prezzi ebbe il ruolo di acceleratore e diffusore dell’inflazione, già messa in moto dalla rapida espansione simultanea di tutti i maggiori paesi industriali nel 1972, finendo per mettere in ginocchio le economie dei Paesi industrializzati. Questo rimise in discussione tutti gli equilibri e tutte le certezze delle grandi economie, avviando la ristrutturazione degli apparati industriali e delle bilance dei pagamenti. Così, la questione petrolifera si tradusse in crisi politico-economica e finanziario-monetaria.

All’inizio del 1974, gli Stati Uniti sembravano gli unici in grado di salvare le economie europee dall’impatto della crisi energetica. Infatti, dal punto di vista economico, oltre ad essere più autosufficienti nei confronti delle risorse energetiche, si trovavano in una posizione relativamente più forte rispetto all’Europa. In più, in termini politici, oltre agli Stati Uniti, nessun altro Paese occidentale aveva sufficiente influenza in Medio Oriente e su Israele da poter creare le condizioni per un accordo di pace.

Così, la guerra del Kippur finì per ridefinire gli equilibri anche nell’Atlantico. L’America ne uscì rinforzata, l’Europa comunitaria, invece, fu “il vero perdente delle vicende mediorientali. Economicamente vulnerabili e politicamente ambigui, gli europei adottarono un atteggiamento furbesco e conciliante che non giovò alla loro immagine”(24). Alla fine non vi fu una politica atlantica, ma neppure una politica europea per il Medio Oriente. Gli Stati Uniti riuscirono ad affrontare tutte le difficoltà volgendo la situazione a proprio vantaggio, mentre l’Europa ne uscì divisa ed in crisi. Tuttavia, chi subì le conseguenze maggiori delle frizioni fra le due sponde dell’Atlantico fu soprattutto l’Alleanza Atlantica, che ne uscì come un’organizzazione regionale a ristretti confini, ridotta ad una mera espressione retorica.

Fonti:

1) ROMANO, SERGIO, Cinquant’anni di storia mondiale, Longanesi & C, Milano, 1995, 13 Edizione, p. 149.
2) DOCUMENTS ON BRITISH POLICY OVERSEAS (DBPO), Series III, Vol. IV, “The Year of Europe: America, Europe and the Energy Crisis, 1972-1974, doc. n. 249, Washington tel. 3117, NFW 10/9, 6 October 1973, CD-ROM n. 1, Abingdon, Routledge, 2006.
3) Idem, doc. n. 250, Washington tel. 3118, NFW 10/9, 6 October 1973, CD-ROM n. 1.
4) S. ROMANO,op. cit., pp. 145-146.
5) Idem, p. 149.
6) DBPO, Series III, Vol. IV, doc. n. 270, Tel. 2076 to Washington, NFW 2/29, 12 October 1973, CD-ROM n. 1.
7) Idem, doc. n. 279, Cairo tel. 832, MFW 10/9, 13 October 1973, CD-ROM n. 1.
8) Idem, doc. n. 296, Jedda tel. 492, MWE 2/12, 16 October 1973, CD-ROM n. 1.
9) Idem, doc. n. 304, Minutes of Cabinet Working Party on Oil Supplies, Wp (OS) (73) 2nd mtg, SMG 12/548/9, 18 October 1973, CD-ROM n. 1.
10) KISSINGER, HENRY, Anni di crisi, Milano, Sugarco ed., 1982, pp. 689-690.
11) DI NOLFO, ENNIO, Dagli imperi military agli imperi tecnologici. La politica internazionale del xx secolo ad oggi, Roma-Bari, Edizione La Terza, 2002, p. 329.
12) DBPO, Series III, Vol. IV, doc. n. 318, Moscow tel. 1220, PEM 15/1766 Moscow tel. 1221, File destroyed, 21 October 1973, CD-ROM n. 1.
13) H. KISSINGER, op. cit., p. 563.
14) DUCCI, ROBERTO, Le speranze d’Europa (carte sparse 1943-1985), a cura di Guido Lenzi, Rubettino, 2007, p.187.
15) DBPO, Series III, Vol. IV, doc. n. 328, Washington tel. 3327, NFW 10/16, 25 October 1973, CD-ROM n. 1.
16) Idem, doc. n. 329, Washington tel. 3328, Douglas-Home paper, 25 October 1973, CD-ROM n. 1.
17) Idem, doc. n. 375, Brussels tel. 508, SMG 1/4 , 6 November 1973, CD-ROM n. 1.
18) Idem, doc. n. 383, Cabinet minutes (extract): CM (73) 53rd conclusions, minute 2,CAB 128/53, 8 November 1973, CD-ROM n. 1.
19) Idem, doc. n. 457, Tel. 1534 to UKREP, Brussels, AMU 12/1, 13 December 1973, CD-ROM n. 1.
20) MELCHIONNI, MARIA GRAZIA, Quale domain per questa Europa?, Roma, Edizioni Studium, 2004.
21) Ibidem.
22) R. DUCCI, op. cit., p. 333.
23) Idem, p. 180.
24) S. ROMANO, op. cit., p. 153.

 Rosy Merola


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