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Livia Giustiniani

24 anni, nata e cresciuta a Roma.
Ho l'hobby dell fotografia e studio alla Sapienza per diventare giornalista.
Amo il cinema (in particolare Meryl Streep), la tv (specie le serie) e la musica (nelle mie playlist si può trovare da Mina a Lady Gaga passando per la Disney).
La mia originalissima bio per ora si conclude qua, magari in futuro scriverò qualcosa di più accattivante!

Festa del Cinema di Roma, tra file infinite e bei film il mio commento al primo week end.

Cinema e teatro, Cronaca e Attualità
26/10/2015 0 comments
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Il primo week- end della Festa del Cinema di Roma (dal 16 al 24 ottobre all’Auditorium Parco della Musicapotrebbe essere riassunto in una parola: fila.

La fila per entrare in sala, la fila per andare in bagno, la fila per mangiare. In soli tre giorni penso di aver passato almeno 6 ore (sempre meno delle 9 che ci vogliono ora per entrare al padiglione del Giappone a Expo ma insomma..) in fila. E rigorosamente in piedi perché per “motivi di decoro” non ci si può sedere per terra. Chiaro. E mettere un paio di panchine? Così per dire. Alcuni aspetti piacevoli dell’attesa sono però le chiacchiere con i compagni di ventura, su cosa vedere e cosa assolutamente evitare ma anche commentare i look, il più delle volte improponibili, di Vip e illustri sconosciuti che affollano l’atrio prima di entrare in sala.

Ma andando oltre le amene file, che coinvolgono solo gli accreditati che pur avendo pagato, certo in misura ridotta, come tutti gli altri sono gli ultimi ad entrare in sala con l’angoscia costante di venire rimbalzati per l’esaurimento dei posti, passiamo al festival in generale. La location, come sempre da dieci anni a questa parte, è l’ Auditorium Parco della Musica. Orfane della Sala Santa Cecilia e dei suoi 2800 posti, quest’anno le proiezioni si svolgono solo nella Sinopoli (con 1200 posti) e nella Petrassi (700 posti). Di certo una perdita importante per organizza il Festival, che ha cercato di tamponare sia con il Teatro Studio sia con la Sala Mazda, installata per l’occasione, appena fuori dall’Auditorium. Non si notano, per ora, sostanziali differenze dopo il passaggio di testimone della direzione artistica tra Marco Müller e Antonio Monda.

L’unica costante sembra essere quella di un Festival, pardon, di una Festa del Cinema (da questa confusione di denominazione nasce la battuta di un signore che uscendo dalla sala ha esclamato: “Prima Festival, poi Festa, l’anno prossimo famo la Sagra der Cinema!”. Chissà, tutto può essere.) che non riesce, o non vuole, trovare una sua identità. Le cose sono due: o si punta su un festival popolare, con mega blockbuster dai cast stellari che ti attirano un pubblico giovanile e che facciano vendere molti biglietti (basti pensare che due anni fa per l’anteprima di Hunger Games, i fan hanno dormito fuori dall’Auditorium per mettersi ad aspettare dalle 8.30 del mattino fino alla sera), o si sceglie di dare un taglio più elitario, con film particolari e ricercati che però non attirerà il grande pubblico e, meno che mai, potrà durare 8 giorni. Tutt’al più tre giorni di proiezioni intense e poi fine della storia. Di certo meno biglietti, ma anche meno sbattimento. E’ sintomatico che alle premiere venga un solo attore o solo il regista o, addirittura, il produttore del film. I film ci sono, il pubblico anche ma manca un po’ di glamour e di red carpet spettacolari.

Altra criticità della Festa: il voto. Negli ultimi due anni il compito di scegliere il vincitore della Festa è stato dato al pubblico. Di per sé sarebbe una cosa avveniristica ma lo sarebbe se tutto funzionasse come dovrebbe. Venerdì sera, serata d’apertura, primo film presentato, prima votazione, terminali per il voto o spenti o funzionanti a rilento. Staff in difficoltà che cerca di spiegare che il voto si può dare anche da casa, basta andare sul sito, inserire il codice e votare. Il tutto entro 5 ore dalla visione del film. Bene. Comodissimo no? Certo. Vallo a spiegare alla signora di 70 anni che non ha nemmeno un computer o uno smartphone, ma vallo anche a dire ad una come me che, quando mette una cosa nella borsa, la ritrova dieci anni dopo e che nel tragitto tra auditorium/ casa (parliamo di un quarto d’ora mica chissà quanto!), già si è scordata che deve votare e quindi niente. Uno, due, tre, cento, se non di più, voti persi così. E se il nostro fosse un premio collaterale, ce ne potremmo pure fare una ragione ma dato che non c’è nessuna giuria, il voto del pubblico è fondamentale e richiederebbe un sistema un po’ più efficiente ed efficace.

Per quanto riguarda la selezione dei film, questo fine settimana sono riuscita a vederne 4: Truth, Lo chiamavano Jeeg Robot, Pan- Viaggio verso l’Isola che non c’è e Freeheld.

Truth, (di James Vanderbilt, con Cate Blanchett e Robert Redford), è uno dei film in concorso. Visto venerdì sera in Sala Sinopoli, è incentrato sulla storia, vera, di Mary Mapes, giornalista della CBS News che, durante la campagna elettorale USA del 2004 che vedeva Kerry contro Bush, riceve dei documenti che potrebbero screditare uno dei due candidati, facendo pendere la bilancia verso l’altro. Ma la giornalista, interpretata da Cate Blanchett che ci regala un’ottima performance, si trova ad affrontare ad un bivio: è più importante che la storia sia vera e i mezzi con cui viene svelata siano verosimili o addirittura falsi o entrambe le cose devono essere indiscutibilmente vere?

Un film molto interessante, specie per chi lavora nell’ambiente dei media e dell’informazione (in platea si potevano scorgere, infatti, molti volti noti dell’informazione nostrana tra cui Gruber, Maggioni, Travaglio e Vespa), ma forse, per uno spettatore qualunque, potrebbe risultare un po’ lento in certi punti. Voto, dato dalla sottoscritta, 4 su 5.

Sabato, sempre in sala Sinopoli, ho visto Lo chiamavano Jeeg Robot, che ha come protagonista Claudio Santamaria, nei panni di un ladruncolo coatto romano, che, all’improvviso entra in possesso di superpoteri. Anche qui un bivio decisionale: scegliere il lato oscuro o combattere per il bene?

Il film ha riscosso molto successo sia di il pubblico che di critica, per quanto mi riguarda sono rimasta un po’ perplessa: da una parte l’utilizzo del romanaccio nei dialoghi lo rende, spesso e volentieri, esilarante ma ciò stona con un film dalle tematiche tutt’altro che leggere. Il contrasto tra bene e male si snoda tra omicidi, droga, terrorismo, disagio mentale e sociale. Un minuto prima si ride, un secondo dopo si rimane shockati. Conciliare le due sensazioni non è semplice e rende, almeno dal mio punto di vista, difficile dare un giudizio d’insieme. Per questo, al momento della votazione, ho puntato ad una via di mezzo mettendo un 3 su 5.

Menzione di (dis)onore, per il pomeriggio di sabato, a Jude Law. L’attore ha infatti evitato il red carpet e il photocall, snobbando fan e fotografi. Abbastanza interessante l’intervista, anche se lui, forse, dovrebbe tirarsela un po’ meno (ripete, più di una volta “eh ma io recito da vent’anni ormai”. E quindi?), e le domande non spiccano per l’originalità. Alla fine dell’incontro se ne va cosi come è venuto, senza fermarsi a parlare con nessuno. Bah.

Domenica mattinata dedicata alla visione di Pan- Viaggio sull’Isola che non c’è, film della sezione Alice nella Città, che rappresenta il prequel del Peter Pan disneyano, anche se della storia, così come viene raccontata, solo i personaggi sono ripresi dai romanzi di Barrie e il resto è tutto inventato. Un cast stellare (Hugh Jackman, Roony Mara e Amanda Seyfred) per un film piacevole ma senza particolari guizzi narrativi o battute memorabili. Due, però, i momenti meritevoli da segnalare: il primo quando nella miniera Barbanera e tutti cantano Smells like teens spirits dei Nirvana e la battuta “Seconda stella a destra e poi dritti fino al mattino!” Impossibile restare indifferenti.

Infine la sera è il turno di Freeheld con Julianne Moore e Ellen Page. Basato su una storia vera il film ha come protagonista una coppia lesbica, la cui vita viene turbata dalla scoperta che una delle due (Julianne Moore, che interpreta Laurel Hester, detective della polizia di Ocean County), scopre di avere un cancro ai polmoni. Malattia, discriminazione verso i matrimoni tra persone dello stesso sesso, il pregiudizio e, di nuovo, la necessità di compiere delle scelte, rendono questo film interessante e commovente. Alla sottoscritta, però, la coppia Moore-Page è sembrata male assortita sin dall’inizio, rendendomi difficile provare l’empatia necessaria per apprezzare il film appieno. Pur essendomi scordata di votare (per il discorso fatto poco sopra) avrei optato per un 3 su 5.

La qualità dei film presentati quest’anno è sicuramente al di sopra della media e pubblico, fra cui mi inserisco, e addetti ai lavori sono, almeno per quello che ho potuto sentire in questi giorni, soddisfatti. Staremo a vedere quale film otterrà il favore del pubblico.

Per ora, arrivederci alla prossima puntata!


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