Profile Photo

laura caputo

Nata a Milano (18.01.1945), ha visto il Sud per la prima volta a 18 anni e se n'è innamorata. E' vissuta in Francia per quasi trent'anni, collaborando con i principali quotidiani e riviste francesi e italiane e presenziando ai più significativi processi di due decenni.
Ora combatte la criminalità organizzata con l'arma che le è più congeniale: la penna.
Ha pubblicato: Il Castello di San Michele
Il silenzio dell'Arcangelo
Il suo motto è: contro la camorra pallott

la camorra che non c’è

Cronaca e Attualità, Informazione
12/12/2015 0 comments
Share on Facebook0Share on LinkedIn0Share on Google+0Tweet about this on TwitterEmail this to someonePrint this page

Oggi – qualcuno ha pubblicamente affermato – nel Cilento la camorra non c’è. Fortunati loro che sono riusciti a sradicarla, io avrei creduto che fosse impossibile, tanto era forte e perfettamente insediata solo qualche anno fa.
Raffaele Cutolo, ricordate? non è storia antica, parliamo di un boss ancora vivo nel carcere di Parma, la cui pericolosità dev’essere significativa se tutt’ora, a settantaquattro anni suonati e dopo cinquant’anni di galera, gli viene applicato il 41bis. Forse che la motivazione che lo mantiene sottoposto a questa ulteriore restrizione della libertà è da ricercarsi nella frase che ha pronunciato un paio d’anni fa e che è stata riportata da tutti i giornali: <<Se esco e parlo, cade il Parlamento.>> ?
<<Roba vecchia!>> hanno commentato i nostri Illustrissimi scuotendo la testa. Solo il Parlamento? è la domanda che invece mi viene spontanea, pensando che un tale, che di soprannome faceva ‘o collier, al secolo Pasquale Scotti, avrebbe dovuto essere estradato dal Brasile e – dicono i suoi avvocati – avrebbe preso accordi per collaborare in cambio di una cospicua riduzione della pena. Purtroppo la motivazione dettagliata non è arrivata alla magistratura brasiliana nei tempi richiesti (40 giorni) e ora l’estradizione è dubbia e ‘O Collier potrebbe essere rimesso in libertà. Mentre tal altro Giggin’ ‘a purpetta , ossia Luigi Cesaro, autista di Cutolo a tempo perso, uomo dalle mille cariche, è stato Presidente della provincia di Napoli dal 2009 al 2012.
Questi due nomi – fra i tanti che potrei citare – solo per portare un paio di esempi dell’attualità di certe situazioni.
Allora – dicevamo – nel Cilento, la camorra non c’è. Eppure, quando Cutolo evase dal Manicomio Giudiziario di Aversa il 5 febbraio 1978, immediatamente riparò ad Albanella, un paese agricolo arroccato sulle colline dietro Capaccio e Roccadaspide, olivi vigne e bufale.
Fu don Giovanni Marrandino, uomo di poche parole e di grande potere, a combinare l’acquisto per dodici milioni di lire di una casa composta da due locali al piano terra (cucina e soggiorno) e da due camere da letto al primo piano, ad intestarla a un tale che Cutolo aveva conosciuto in manicomio, a farla restaurare dotandola di tutti i servizi, a metterla infine a sua disposizione.
Cutolo, che ne aveva fatto il suo quartier generale, fu dotato di documenti appartenenti a un’ottima persona che ancora non ne aveva denunciato la sparizione, un tale nobile dal nome altisonante di Mazziotti di Celso, cilentano: con questi andava in giro per l’Italia, stringeva legami anche politici, si ubriacava di libertà.
Tanto che, di questo periodo, ancora si racconta un aneddoto assai divertente. Si dice che Il Professore si fosse invaghito di una splendida ballerina, dagli occhi di cerbiatta e dal corpo sinuoso, Lidarsa Bent Brahim Radhia, e che la portasse in giro con lui. Erano dunque nel bresciano, dove operava Oreste Pagano poi rifugiatosi in Sud America grazie alla complicità e all’amicizia dei Cuntrera Caruana, a bordo dell’ultimo lussuosissimo modello della Mercedes. Don Raffaele chiese all’autista di fermarsi e alla donna di scendere, di scegliere il suo gioiello preferito nella vetrina della gioielleria lì accanto, di indicarglielo e di risalire poi nell’auto con il motore acceso. Cutolo entrò nel negozio e ne uscì, riaggiustandosi la pistola alla cintola, con l’anello che Lidarsa aveva appunto scelto: <<Ecco, a pegno del mio amore!>>, le disse, infilandoglielo al dito mentre l’auto sfrecciava via.
Poco dopo vennero fermati dai CC a un posto di blocco: tutto corrispondeva. La marca, il modello e il colore dell’auto, il numero delle persone a bordo. Vennero condotti al comando dei Carabinieri. Furono controllati e rilasciati. Anzi, al nobile ingegnere, l’Ufficiale dei CC consigliò di liberarsi di quell’autista, che non era persona raccomandabile.
La storia dice che non accadde nulla di grave al bel Capitano, lasciando intuire che i documenti dovevano essere autentici e che la loro perdita non doveva essere stata denunciata. Distrazione, certo, perché com’è mai possibile che un personaggio cilentano di quel livello sociale fosse connivente o addirittura complice?
Quando il padrino di Ottaviano era latitante ad Albanella, i carabinieri riuscirono a porre sotto controllo un telefono pubblico che utilizzava e a registrare le sue conversazioni. <<Un giorno il pregiudicato Franco Violento chiama Cutolo. Gli dice: Il compare Marrandino va ad Acciaroli per vedere quel suolo. Vuol sapere se tu hai intenzione di andare con lui. Il capo della Nco gli chiede: Ma tu che dici? E’ il caso di andare?. L’ altro risponde: Penso proprio di sì. Si tratta di un affare molto importante. Era una questione da un miliardo. Da allora Cutolo non ha potuto più seguire direttamente le compravendite. Al suo posto però si sono mossi i suoi luogotenenti. Sotto il loro spietato controllo è caduta una vasta zona che da Paestum arriva ad Agropoli, Acciaroli, Ascea, Palinuro. Sorgono gli imprenditori dell’ edilizia. Uno dei primi è Giovanni Marrandino. Dispone di grossi capitali. Usa i miliardi dell’ economia nera, il premio che riceve per aver protetto la latitanza di Raffaele Cutolo ad Albanella. E’ quello il periodo della maggiore devastazione del paesaggio, dell’ uso selvaggio dei terreni. Ora gli urbanisti della Campania definiscono una tragedia i 230 chilometri di costa da Punta della Campanella a Sapri. Qui, soprattutto nella zona di Capaccio dove più sanguinarie sono le spedizioni punitive dei clan, si contano oltre quattromila costruzioni abusive. Un mare di cemento illegale che ha coperto colline e pianure, alterando irreparabilmente il profilo della natura. >> (Ermanno Corsi, Repubblica, 9 gennaio 1987).
D’altra parte, la N.C.O. di Raffaele Cutolo non rimase egemone per sempre, ad esempio il clan Maiale se ne distaccò per avvicinarsi alla Nuova Famiglia di Alfieri & Co, approfittando dello sbando del clan Marrandino fino al ’92, data alla quale don Giovanni fece rientro a casa.
Erano gli anni novanta infatti, quando – in Campania per lavoro – decisi di incontrare don Giovanni Marrandino, ma fui davvero sfortunata: quando arrivai a Capaccio Scalo, era stato arrestato pochi giorni prima. Trovai a fatica la villetta, di recente costruzione, appena fuori Capaccio Scalo e mi intrattenni con la moglie, poche parole guardinghe, strinsi la mano a una bella giovane ed elegante russa che non aveva mani né da domestica né da badante. Né il suo sguardo era quello di una sfortunata salvata dal marciapiedi, piuttosto quello di una donna sicura di sé e padrona del proprio destino. Qualcuno insinuò poi che fosse la figlia di un boss sovietico, inviata a studiare in Italia e – chissà – a servire da garanzia per qualche accordo segreto.
Anni dopo, negli anni 2010, casualmente leggendo un’ordinanza di custodia cautelare per tratta di esseri umani, induzione alla prostituzione ed altro, lessi che l’accusa suggeriva un accordo fra la camorra a sud di Salerno e la mafia russa per il “riciclo” delle prostitute. Un periodo di lavoro sulla costa romagnola, una salutare pausa in Campania, un breve periodo nel napoletano per il recupero delle spese e via daccapo. Un accordo da garantire, insomma.
Allora chiedo: se questa camorra è stata debellata e sradicata, chi dobbiamo ringraziare? Fate nomi e cognomi che possiamo esprimere loro tutta la nostra riconoscenza.


Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *