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Daniele Pitteri

Daniele Pittèri (Napoli, 1960) si occupa di processi comunicativi e culturali, sia in ambito professionale che nel mondo della ricerca e della formazione.
Docente di Marketing della Cultura all’Università di Siena e di Processi di comunicazione integrata alla Sapienza, ha collaborato con numerosi enti e aziende pubbliche e private.
Presidente di Mohma srl, società di progettazione della cultura e della comunicazione, dal 2014 è Commissario della Fondazione Forum Universal

Il web del futuro? Primitivo.

Social Media, Social Network, WEB
01/10/2015 0 comments
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Da quando nel 1994 si è iniziato a parlare di “autostrade telematiche” ad oggi, la rete non ha mai smesso di cambiare pelle. Una trasformazione continua che impatta quotidianamente su tutte le sfere dell’agire umano e che non ci ha soltanto offerto l’opportunità di usufruire di un’infrastruttura di comunicazione straordinariamente efficace e rapida, ma che ha anche radicalmente trasformato il nostro rapporto col tempo e con la storia, letteralmente frantumando in poco più di 20 le modalità di trasmissione del sapere e della cultura così come si erano conformate dall’invenzione della scrittura in poi.

Questa mutazione continua sta velocemente conducendo il web ad assumere una funzione concretamente rivoluzionaria, non soltanto da un punto di vista socioculturale ed economico, ma anche e soprattutto da un punto di vista individuale e biologico. Le trasformazioni attualmente in atto lasciano intravedere una prospettiva di radicale cambiamento delle modalità di rapporto fra gli uomini e il mondo. Partendo da qui, possiamo chiederci: come sarà il web nel prossimo futuro?

Per capire che forme sta assumendo dobbiamo fare un piccolo passo indietro.

Quando io ero bambino, nei primi anni sessanta, e fino a tutti gli anni ottanta, il futuro era qualcosa di sconosciuto, ma di continuamente immaginato. Aveva un orizzonte temporale preciso: il 2000, un’epoca fantastica popolata di macchine e di oggetti. Il Futuro era una quantità enorme di cose (macchine, oggetti, case, utensili, etc.) che nel presente non esistevano. Pensate ad esempio a un film come Blade Runner, che ci mostra un mondo pieno di cose: moltitudini di razze, apparecchiature sofisticate, grandi schermi, macchine volanti, uomini artificiali. Immaginare il Futuro significava riempirlo di materia. Era un futuro solido, corporeo.

L’immaginazione del Futuro che abbiamo oggi è molto diversa. Il Futuro oggi non è più pieno di cose e non è più nemmeno sfacciatamente avveniristico. Non solo non ci sono più oggetti astrusi, non ci sono proprio più oggetti. Quello che immaginiamo oggi è un Futuro che agisce per sottrazione: non aggiunge, ma toglie. Prendete “Her”, il film di Spike Jonze uscito un paio di anni fa: le case sono spoglie, gli uffici essenziali, le città vuote: non ci sono jeans, non ci sono cappelli, cravatte o cinture. Sottrae ciò che c’è oggi e non aggiunge nulla di materiale, di corporeo, di solido. Tuttavia aggiunge qualcosa: voci, fruscii, sensi, software intelligenti e sensibili. Nessuna materia, solo vibrazioni e onde.

Questa idea del futuro per sottrazione non è nuova. Michel Houellebecq vi ricorre in due suoi romanzi. Ne “Le possibilità di un isola” immagina un mondo futuro vuoto e perfetto, ma programmato in ogni dettaglio, in cui, grazie alla clonazione, anche la sessualità è sottratta. Ne “La carta e il territorio” il protagonista, nostro contemporaneo, è un artista che progressivamente spopola la sua opera e la sua vita di segni e di oggetti, fino ad annullarsi nella natura. Elimina “l’artificio” e facendolo sottare in qualche modo la cultura e quindi la possibilità di futuro per la razza umana, essendo la cultura cambiamento.

Ma torniamo a “Her”. Un altro aspetto interessate di quel film è che immagina la presenza di un “assente emozionante e senziente”. Il non-corporeo che vibra di vita e di passione. E che non si esaurisce nel solo software, che non si esaurisce in qualcosa di smaccatamente artificiale, ma che semmai si sublima in una nuova modalità di relazione, interiore, emozionale, cerebrale, sensuale, che tuttavia nuova non è.

E, dunque,il futuro che immaginiamo e che raccontiamo oggi è sicuramente meno avventuroso di quello che raccontavamo un tempo, ma è più senziente e riflessivo, un futuro in cui esseri e non-esseri (macchine, dispositivi, software) non si contrappongono a noi, ma collaborano a partire da paradigmi meno materiali, meno corporei, meno solidi. Paradigmi, al contrario, più impalpabili, sicuramente non incerti, ma altrettanto sicuramente meno definibili secondo le categorie cui nei secoli ci siamo abituati. Paradigmi, anche, meno ancorati alla vista e più orientati all’udito e forse anche al tatto, perché i suoni si sentono anche col corpo e con la pelle.

Cosa c’entra tutto questo col web? C’entra, perché il web è al contempo una causa e una conseguenza di questa visione del Futuro che oggi abbiamo. Il web oggi è un sistema “Antifragile”. Nassim Taleb, l’autore del “Cigno Nero” nonché coniatore del termine, dice che “Antifragile” è tutto ciò che trae vantaggio dagli scossoni, tutto ciò che prospera e cresce quando è esposto alla volatilità e al disordine, tutto ciò che ama il rischio e l’incertezza. Il web è antifragile proprio perché è qualcosa che nel caos e nel disordine migliora. Se ci pensate questa è “la caratteristica” di tutte le cose che mutano nel tempo: la cultura, lei dee, l’innovazione tecnologica, le città, la foresta amazzonica, le imprese di successo.

Il web si comporta come un ambiente cognitivo, un ambiente che, come la mente umana, impara e si ri-configura continuamente. Uno spazio cognitivo, che ignora le frontiere geografiche, culturali e politiche. Come dice Derrick de Kerckhove, la strada che il web ha intrapreso è quella della smaterializzazione. Già oggi la sfera sensoriale sta assumendo una dimensione rilevante nel web. I suoni e le estensioni tattili aiutano la nostra mente alla sintesi psicosensoriale, aumentandone il potenziale immaginativo. Cognizioni e emozioni che superano i confini della mente privata, sempre per citare de Kerckhove.

Certo, la dimensione emozionale certamente non sarà esclusività della rete, che non sarà l’unico posto dove vivranno le emozioni. Ma la natura relazionale del web fa sì che è lì che le emozioni saranno maggiormente stimolate, creando correnti abili e veloci fra le persone. Prendiamo i social network, ad esempio. Cos’altro sono se non dei trasmettitori di emozioni? Se non degli amplificatori degli stimoli emozionali derivati dai dispositivi narrativi collettivi? Grazie ai social network, un evento in rete è come un’epifania. È la rivelazione di nuove forme espressive create da un’intelligenza “superiore”, un’intelligenza collettiva (che in questo caso è anche connettiva) che “sta sopra”, su un altro livello rispetto a quella dei singoli. Un’intelligenza collettiva basata sulla logica insita della collaborazione, senza la quale semplicemente non sarebbe. Un’intelligenza collaborativa come e più ancora di quella che si sviluppa fra l’autore e TUTTI i suoi lettori. C’è un bellissimo racconto di Borges intitolato “Pierre Menard, scrittore del Chisciotte” che sviluppa questo tema. Lì, il protagonista riscrive parola per parola il testo di Cervantes, partendo dal principio che quel testo non è mai uguale a se stesso, che cambia col tempo, per cui il Chisciotte di Menard scritto nel XX secolo non è uguale al Chisciotte di Cervantes scritto nel XVII secolo, perché per quanto utilizzino le medesime parole, si è arricchito degli sguardi, dei pensieri, delle riflessioni, delle idee di TUTTI i suoi lettori.

Il web oggi si sta configurando come un sistema che produce nuove forme per creare senso collettivo e sociale, nuova coscienza, nuove letterature, voci figlie di una cultura che sembra avere la stessa potenza evocativa della poesia e della tragedia classica. Sta assumendo la stessa funzione che aveva il Coro nella tragedia classica.

Julian Jaynes (uno psicologo “eretico”) nel suo “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza” afferma che le voci che sentivano gli antichi non erano voci esterne o sogni. Erano voci provenienti dal loro stesso cervello, da una parte del loro cervello usata per modulare la sintonia collettiva della comunità. Ecco la potenza del coro di Eschilo e di Sofocle! Secondo Jaynes, il cervello degli antichi, per quanto decisamente umano, era diverso dal nostro, perché i due emisferi erano molto più nettamente differenziati di quanto non siano adesso. Il cervello degli antichi era un cervello con una metà senziente, emotiva e collettiva e una metà cognitiva, pensante e individuale. E queste due metà erano distinte fra loro, ma dialoganti per differenza e per sottrazione, perché ogni metà, essendo unica in sé era priva delle caratteristiche dell’altra. Come sappiamo, il nostro cervello è costituito di due emisferi, che pur comunicando fra loro, elaborano le informazioni in modo diverso. L’emisfero destro elabora soprattutto l’analogico, il sinistro il digitale. Il primo, che procede per processi continui e analogie, è sviluppato per elaborare processi sensoriali come la percezione dello spazio, le immagini, gli odori, etc. o i processi emotivi, come la paura, l’oblìo, l’estasi, la rabbia, l’amore. Il secondo, che procede per processi discontinui e attraverso segni interpretati da codici, è specializzato nel linguaggio, nel calcolo e nella percezione del tempo.

La cultura occidentale, quella a cui noi siamo abituati e allenati da secoli, ma anche quella che nelle dinamiche contemporanee sembra guidare o quantomeno conformare il mondo, è una cultura prevalentemente digitale. E la causa di tutto ciò è da rintracciarsi nel tipo di scrittura che utilizza, quella forma “artificiale” di elaborazione della lingua che nasce per necessità di memorizzazione e si trasforma in processo di comunicazione. L’alfabeto, soprattutto dopo l’invenzione della stampa, ha determinato una comunicazione basata su simboli, per la precisione segni (le lettere) e sulla loro sequenza (ordine delle parole), favorendo l’attività dell’emisfero sinistro e producendo una sorta di fiducia cieca nella razionalità.

Il web, pur comprendendo in sé tutte le forme e i sistemi di comunicazione precedenti, ha assunto quella dimensione senziente di cui si è detta, che progressivamente si è ampliata, dapprima generando forme di intelligenza superiori (che stanno sopra, che si pongono ad un livello diverso), successivamente includendo altri sensi oltre la vista. Attraverso questi meccanismi, il web restituisce potenza alla nostra disposizione analogica, all’emisfero destro del cervello e ci riavvicina ad una dimensione precedente la scrittura, prossima a quella degli antichi, all’epoca in cui i due emisferi erano maggiormente separati e più equilibrati fra loro.

Per questi motivi possiamo dire che il web è fra tutti l’unica forma di comunicazione pienamente analogica, nonostante sia la più tecnologicamente avanzata di tutte. Quello che il web sta sviluppando è un linguaggio primitivo. Un linguaggio che ci riavvicina alla nostra condizione biologica originaria.

Ed è forse per questo che lo sentiamo profondamente naturale, eminentemente umano.

Sarà così il web del futuro? Sì probabilmente sarà così.

 


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