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Carlo Raffaelli

Mi occupo di Comunicazione Efficace da oltre 30 anni, come direttore creativo.
Da quasi vent'anni sono Trainer ufficiale di Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) della Society of NLP by Richard Bandler.
Tengo corsi di formazione sulle tecniche di Comunicazione, Public Speaking, Allenamento mentale, Leadership, PNL e Team Building.
Ho più di 2000 ore di aula di esperienza. Opero anche come Business, Life e Career Coach.
Ho fondato, insieme a una giornalista TV e a

3. LA CAMPAGNA PERMANENTE E L’AGENDA SETTING

Comunicazione, Informazione, Politica
23/11/2015 0 comments

Renzi, dal punto di vista storico, non è l’iniziatore di un nuovo modo di comunicare la politica.

Renzi è una sorta di novello Berlusconi, perfezionato nelle strategie, più pianificato, più sistematico, più scientifico, più freddo. Insomma Silvio apre la strada, Matteo la perfeziona.

Una volta al potere Matteo mostra tutta la sua capacità nella comunicazione. Adesso può usare a volontà i mezzi di comunicazione occupati dalla politica: giornali e tv, senza necessità di reperire risorse. E li usa bene. Più per la qualità delle tecniche usate, che per la quantità massiva dei messaggi.

Vediamo di capire più da vicino, smontando pezzo per pezzo gli elementi della sua architettura della comunicazione.

Intanto la comunicazione è pensata per tutti, non solo per il suo campo, la sinistra. Dopo aver conquistato il PD, Renzi parla a ogni cittadino, a nome del suo governo riformatore, non del suo partito (anche se gli rimane sempre la voglia di punzecchiare la minoranza dem e i sindacati); si rivolge non solo ai suoi elettori, ma a tutta la nazione.

La rivoluzione delle modalità di comunicazione è nata con la TV; Berlusconi è il primo che l’ha capito, Renzi ha perfezionato le tecniche. Lo possiamo definire un neo-berlusconiano, come strategia di persuasione. Qui molti fanno l’errore di considerare Renzi un nuovo Berlusconi anche dal punto di vista politico.

Io ritengo che siano molto diversi:

Berlusconi si fida molto del suo istinto, della sua capacità di improvvisazione per spiazzare gli avversari; nel bene e nel male.

Renzi studia ogni mossa con opportuno anticipo.

Berlusconi spesso fa da sé, anche se ha molti consiglieri.

Renzi si fa accuratamente preparare la strategia dai suoi spin doctor, anche se poi è capace, quando è il caso, di improvvisare sul momento con grande efficacia.

Berlusconi è un imprenditore moderno,

Renzi un politico contemporaneo.

Berlusconi, venendo dall’impresa, si è dovuto affidare a politici di professione della prima repubblica.

Renzi, venendo dalla politica non ne ha bisogno, si può affidare anche a professionisti del mondo dell’impresa, imprenditori e manager,

sparigliando così i moduli comunicativi.

Berlusconi deve giustificare il suo conflitto di interessi.

Renzi no.

Renzi è giovane.

Berlusconi giovane non lo è mai stato.

Berlusconi non aveva un visione di lungo periodo.

Renzi sì.

Berlusconi ha il tocco magico e non ammette mai di essersi sbagliato, dà la colpa agli altri.

Renzi si prende le colpe in prima persona dicendo chiaramente “è colpa mia”.

Berlusconi vuole portare gli altri a sé (sé-durre). Un’inclinazione perfino ossessiva.

Renzi è pieno di sé.

Berlusconi ha carisma.

Renzi no.

Berlusconi inaugura l’era dei sondaggi: li fa continuamente e li segue per ottenere consenso.

Renzi li influenza con la sua comunicazione, con la sua narrazione, come direbbe un Vendola ormai d’antan: in questo Matteo è superiore nettamente superiore a Silvio.

Renzi rifiuta platealmente le liturgie, le abituali ritualità dei convegni.

Non va a Cernobbio all’annuale appuntamento del Forum Ambrosetti, ma va a inaugurare una rubinetteria a Brescia: “Vado là dove le aziende investono”.

Non va al Meeting di Rimini, immancabile appuntamento per qualsiasi presidente del consiglio di qualsiasi colorazione politica.

Salvo rimangiarsi tutto l’anno dopo, quando comincia a essere un po’ in difficoltà nella sua azione di governo.

Gli schemi linguistici di Renzi

Il fascino del numero tondo

Il numero magico, il simbolo potente che si ricorda bene, come da sempre fanno gli americani e anche Berlusconi:

I 100 teatri, i 100 Euro di canone. Ma anche gli 80 Euro di bonus sono tondi, in un paese dove fino a due anni fa esisteva la marca da bollo da 14 Euro e 62, poi portata a 16.

Le figure retoriche

Renzi fa uso ricorrente delle tecniche oratorie classiche. In particolare predilige il chiasmo, l’incrocio, lo scambio degli elementi. Un esempio molto efficace e potente, tipico della prima era renziana:

“nelle grandi democrazie ci sono sempre i soliti partiti e cambiano le facce; in Italia sempre le solite facce, ma cambiano continuamente i nomi dei partiti”.

Usa anche figure più sfumate, come la litote, che consiste nel dare un giudizio o fare un’affermazione adoperando la negazione di una espressione di senso contrario. Si ha quando si sostituisce un’espressione troppo cruda con la negazione del contrario. Può avere intento di attenuazione o enfasi, ma anche di eufemismo o ironia.

“I vecchi dirigenti del PD non esattamente dei coraggiosi riformatori”, per dire che sono dei conservatori.

L’antonomasia, sempre in senso sprezzante:

“L’archeologo” (Settis)

“Il vice-disastro” (Franceschini)

Lo zeugma, così raro e raffinato (due parole rette dallo stesso verbo, che ne potrebbe reggere una sola).

«Voglio avere il peso di un Pd pensante, invece di essere pesante.

La metafora

«Il partito si è chiuso in un castello. Quando lo apri, arriva più gente»

La metafora che usa Renzi è spesso sportiva e quasi sempre calcistica. All’attacco, il centrocampo, il catenaccio, vincere in trasferta, etc.  Qui spesso risulta stucchevole, anche se efficace, e troppo simile al maestro Silvio.

La paronomasia, il gioco di parole fonetico, ovvero parole dal suono simile.

Molto efficace, tipicamente renziano. Un marchio di fabbrica. Il cuore originale della comunicazione renziana.

Glieli preparano, ce n’ha a bizzeffe, a getto continuo. rimangono bene impressi all’interno di una dichiarazione TV di 20 secondi, sono “tweettabili”, stanno dentro un titolo di giornale.

“Il partito non ha bisogno di primarie, ma di un primario, uno bravo”.

“Non serve analisi del voto, ma quella del vuoto”

“Sia chiara una cosa: io non tramo, ma non tremo”.

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma è più che altro una Repubblica affondata sulla rendita”.

“Il nostro non è un paese infinito, è un paese finito, se non cambiamo passo”.

“Partito pesante, partito pensante” (v. anche zeugma)

“Patto di stabilità uguale patto di stupidità”.

“Nel PD chi ha fatto la sua parte, ora si deve fare da parte”.

“Voglio cambiare l’Italia, non cambiare il governo”.

“Questo Pd non esiste, resiste”.

“Enrico (Letta) sarà più forte, se il Pd sarà più forte.

L’importante è che non si preoccupi di durare, ma di fare”.

Sempre su Letta:

«Un conto è se punta a durare “andreottianamente” e un altro se scommette sulle idee “andreattianamente“. Ed Enrico sa bene la differenza fra Andreotti e Andreatta».

“Non è possibile che chi c’ha portato fino a qui ci porti fuori di qui”.

«Voglio un partito che non sia terra di conquista per correnti, ma che sappia conquistare i voti di chi non ci ha votato prima».

“Non è mancato il voto utile, è mancato il “voto umile”, riferendosi alla (presunta) spocchia di certi esponenti PD.

L’Europa dei popoli non dei populismi (dal pattern spiazzante alla nuova-vecchia retorica, come vedremo nella prossima puntata)

La battuta sprezzante

Fassina chi?

Il corto circuito giovanilista

«A Berlusconi conviene restare nel governo, ha paura delle elezioni perché sa che se andiamo al voto asfalteremo il Pdl»

la semplificazione fulminante

“Il compito della politica non è fare le manifestazioni ma cambiare le cose”.

“Il leader vero non è un leader che segue i sondaggi è uno che li cambia”.

“L’opportunità non è pari, è dispari: ce n’è solo una.

La semplificazione che chiunque capisce:

in Italia per trovare lavoro non bisogna conoscere qualcosa, bisogna conoscere qualcuno.

“Hanno più tessere che idee”. (riferito ai sindacati)

Monti poteva fare il Ciampi ma ha deciso di fare il Dini.

La legge di stabilità deve soddisfare le esigenze della maggioranza degli italiani, non la minoranza del PD.

Lo slogan.

Lo slogan non è, come molti pensano, la frase pubblicitaria tipica (head-line); è solamente un tipo preciso di frase pubblicitaria, particolarmente breve ed incisiva, che sembra non ammettere repliche (o così, o pomì, ad esempio)

La sinistra che non cambia si chiama destra.

Osare il futuro, non fare il presente.

“Hanno più tessere che idee”. (v. anche semplificazione)

il Riff

Battute veloci, slogan, semplificazioni, battute sprezzanti possono essere considerati dei veri e propri riff, ovvero quella frase musicale breve e incisiva 4-5 note al massimo (quelle tre note di chitarra di Satisfaction degli Stones, per dire) che caratterizzano il pezzo rock. Con quelle note, se le sai mettere insieme, fai tutto.

Si dice che la comunicazione politica tradizionale è lenta e Matteo è Rock, citando Celentano (che fonte autorevole!)

Io penso che sia rock in questo senso tecnico: battute/riff veloci, pregnanti, facili da ricordare per sempre, le senti una volta e non te le scordi più.

La gioventù.

Renzi usa la propria giovane (per le medie dei politici italiani) età come un randello per creare efficacia corto-circuiti mentali.

“Ero in terza elementare quando avete iniziato a dire che facevate le riforme istituzionali”.

Non c’è un modo più efficace di rendere l’immagine della cronica inconcludente lentezza della discussione sulle riforme istituzionali. E solo lui lo può dire che era in terza elementare: i suoi interlocutori all’epoca avevano già i capelli bianchi.

Il sarcasmo icastico

Un pattern linguistico che produce nella mente immagini forti e memorizzabili:

“I riformisti da tartina”.

(per dire di processi di riforma che vengono molto discussi in pomposi convegni; delle riforme non se ne fa mai nulla, ma alla fine c’è il rinfresco e tutti sono contenti, pensando di aver contribuito a qualcosa d’importante). Molto efficace, molto sprezzante, molto renziano, immediatamente comprensibile.

Altre frasi efficaci tipiche di Renzi

“Attenzione. Decidere non significa non ascoltare nessuno. Al contrario: è importante ascoltare tutti. Ma poi bisogna agire”.

La battuta toscana

Non ne fa più di tante, come ci si potrebbe aspettare: giustamente non ne abusa, per non diventare vernacolare, macchiettistico.

Il capolavoro

La Buona Scuola: un vero e proprio capolavoro di Programmazione Neuro-Linguistica allo stato puro.

Per essere contro ad una riforma bisogna dire: “Sono contro la buona scuola” e questo paradosso mette in ridicolo tutti gli oppositori alla riforma, i quali ci sono cascati come pere cotte.

La velocità

Tutti questi modelli linguistici contengono, nella declinazione renziana, una velocità intrinseca sconosciuta ai politici prima di lui. Si tratta sempre di cortocircuiti semantici a cui l’establishment fa fatica rispondere in tempi utili. L’uomo della strada (come si diceva una volta) invece capisce al volo. E non è poco.

E proprio mentre scrivo queste note ne arriva un altro: i Bla-Bla-Block, per descrivere “quelli che hanno governato per anni il Paese condannandolo all’immobilismo e ora suggeriscono agli italiani di non fare acquisti, di bloccare tutto, di paralizzare il sistema economico”: geniale.

Stranamente non usa al meglio i social media e la rete: qualche tweet abbastanza efficace, una presenza su Facebook non particolarmente originale, una newsletter con lunghissimi post scritti fitti fitti.

La campagna permanente

Tutta questo armamentario linguistico così ben costruito e utilizzato, permette al leader/premier di essere sempre in campagna elettorale, sempre in fase di propaganda, every day.

Per la prima volta in Italia vengono applicati scientificamente i dettami della “campagna permanente”, teorizzata da Blumenthal (The Permanent Campaign) già nel 1982. Questo concetto prende forma da considerazioni di tipo sociologico e economico: la possibilità di far cambiare idea ad un elettore è inversamente proporzionale alla distanza temporale dalle elezioni, poiché più si avvicina il momento della scelta e più ci si appiattisce sulle proprie convinzioni, più intime, sul proprio senso di appartenenza ad un gruppo sociale. Mentre lontani dal momento della scelta si è più disponibili a prendere in considerazione idee diverse dalle nostre. Da ciò deriva che concentrare il 99% delle risorse finanziarie nella campagna elettorale a ridosso delle elezioni, è economicamente molto sconveniente. Mentre si spende di meno facendo una campagna meno massiva e in maniera continuativa.

Renzi lo sa e lo fa.

A spese nostre, vista l’occupazione del sistema televisivo pubblico da parte dei partiti di governo.

L’agenda setting

L’agenda setting, ovvero dettare l’agenda, essere protagonista dello svolgersi degli eventi e, soprattutto, dei loro commenti.

Concetto ovviamente non inventato da Renzi, ma portato a un grado elevato di funzionamento, rappresenta il superamento e il perfezionamento del modello berlusconiano. L’allievo supera scientificamente il maestro.

Renzi detta l’agenda con la velocità che gli è propria e costringe gli altri a rincorrere. Sempre.

Non risponde mai ad una sollecitazione o ad un commento, costringe sempre gli altri a farlo.

Il lunedì afferma che il ruolo di questi sindacati è finito in Italia, il martedì che le provincie vanno abolite, il mercoledì che anche il Senato deve essere abolito, il giovedì che anzi no: il Senato lo cambiamo profondamente, il venerdì che l’articolo 18 va abolito e ci vuole il Jobs act per riformare il mercato del lavoro. Il sabato Camusso (per fare un esempio) è sempre lì che sta balbettando la risposta alla sollecitazione del lunedì sui sindacati. Ma è troppo tardi: il mondo (mediatico) è già avanti, è già altrove.

Qui sta una delle chiavi più originali e potenti del successo di Renzi: essere sempre in “up-time”, come diciamo noi Programmatori Neuro-Linguistici, sempre con un attimo di anticipo sugli altri, costretti eternamente a rincorrere.

Se ce la fanno.


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