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Carlo Raffaelli

Mi occupo di Comunicazione Efficace da oltre 30 anni, come direttore creativo.
Da quasi vent'anni sono Trainer ufficiale di Programmazione Neuro-Linguistica (PNL) della Society of NLP by Richard Bandler.
Tengo corsi di formazione sulle tecniche di Comunicazione, Public Speaking, Allenamento mentale, Leadership, PNL e Team Building.
Ho più di 2000 ore di aula di esperienza. Opero anche come Business, Life e Career Coach.
Ho fondato, insieme a una giornalista TV e a

RENZI: LA VITTORIA TRIONFALE (CHE PASSA DA UNA SCONFITTA)

Comunicazione, Cronaca e Attualità
04/10/2015 0 comments
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SECONDA PUNTATA

Si avverte la necessità di un discontinuità, pur nel rispetto delle diverse sensibilità politiche e culturali, delle storie personali e collettive, delle presenze del personale politico e istituzionale, alla luce di rinnovate esigenze, che pur non senza tener conto delle pregresse esperienze, anche, ma non solo, generazionali, impone un graduale avvicendamento delle risorse impegnate a livello umano e (pre)politico.

Probabilmente non avete capito niente.

Questo è come si esprime un politico tradizionale per dire che ci vuole un ricambio delle persone nei partiti e nelle istituzioni.

Oppure ROTTAMAZIONE, e hanno capito tutti.

La rivoluzione linguistica: una parola e tutti capiscono. Capiscono che si butta via il vecchio e arriva il nuovo, come nel caso delle auto. E che il nuovo è migliore del vecchio. È un termine forte; i vecchi uomini dei vecchi partiti (non solo del PD) inorridiscono: si trattano le persone come se fossero cose: sacrilegio!

Può darsi, dice Renzi, ma intanto hanno capito tutti. Renzi, come Berlusconi e meglio di Berlusconi, semplifica la costruzione della frase, accorcia, alleggerisce, banalizza e usa parole semplici, sempre prese da situazioni reali, pratiche, che tutti conoscono, come la rottamazione delle auto. Usa le duemila parole che almeno il 66% della popolazione italiana capisce, secondo De Mauro, il massimo linguista italiano. Prosegue la strada avviata dalla comunicazione berlusconiana sistematizzandola, con precisa programmazione, perfezionando il modello di Silvio, che spesso si affidava alla sua capacità di improvvisazione. In Renzi la comunicazione, la frase a effetto, la battuta, il gioco di parole, lo sberleffo, sono tutte studiati, pianificati con cura, preparati dagli spin doctor.

Oltre a questo perfezionamento linguistico, rispetto all’ex Cavaliere Renzi ha qualcosa in più e qualcosa in meno: lo vedremo nella terza puntata.

Per mettere in scena (letteralmente) la nuova comunicazione, o narrazione, o storytelling che dir si voglia, Renzi inventa una nuova modalità di rappresentazione molto precisa, con caratteristiche originali, innovative e ben definite: un format, insomma. E questo forma si chiama Leopolda, dal nome del luogo fiorentino in cui si svolge.

Il format Leopolda si rifà a modelli anglosassoni ormai affermati e codificati, ma che nel polveroso mondo politico della sinistra italiana stupiscono: si parla 5 minuti col conto alla rovescia in vista, ci sono le slide, il powerpoint, i maxi schermi, il logo, il brand, il lettering, la grafica e l’immagine coordinate; la scenografia non è più quella mutuata dal PCUS, con tendaggi rossi e bandiere, ma è televisiva, con oggetti in scena che fanno parte della comunicazione del leader: la Vespa, un pallone da calcio, un tavolo da falegname, uno scorcio di un vicolo italiano,la lavagna di ardesia, il microfono vintage; la scena non ha un’illuminazione da palazzo dei congressi, ma la luce è tagliata televisivamente da un light designer per mettere in risalto il leader, con il resto in studiata penombra, come in un studio televisivo.

Il leader parla in maniche di camicia e la cravatta, in modo tipicamente americano.

Non c’è la platea: ci sono i tavolini. Si siede a gruppi come ad una convention o a una serata in un jazz club. Non ci sono più le poltrone: pensate quanto è potente il simbolismo di questa metafora! Si tratta di un pubblico, non di militanti.

Logo, grafica, immagine, slide, powerpoint: tutta roba presente da decenni nel mondo aziendale, nella formazione, nel mondo di tutti quelli che lavorano, insomma nel mondo di tutti. Renzi mette il normale nel vecchio mondo. Un corto circuito che fa sembrare vecchio e inutile tutto quello che è fuori dal formato. È la Leopolda. Nient’altro le assomiglia.

E non c’è nemmeno un simbolo del PD: nemmeno uno È sparita qualsiasi liturgia di partito, anzi è sparito il partito. Renzi, il leader, è fuori dal partito, oltre il partito, altro dal partito, oltre la politica fin qui intesa, altro dalla logica dialettica.

Il linguaggio quindi prendi pezzi della realtà materiale quotidiana dell’uomo comune:

“Prossima Fermata: Italia”: la fermata del bus. Da qui parte una nuova linea: la rottamazione di una classe politica ormai da decenni incollata alle poltrone.

L’anno dopo è la volta di “Big Bang”: l’esplosione che ha dato origine all’universo.

Politici, scrittori, imprenditori e centinaia di persone salgono sul palco per esprimere la propria idea sul cambiamento dell’Italia.

E ancora “Italia Obiettivo Comune”, qui si richiamano i beni comuni, concetto tanto caro all’immaginario della sinistra tradizionale, dove tra un migliaio di amministratori locali si progetta un nuovo modello per l’Italia e un nuovo modello di Pd. È il partito che va sulla scena della Leopolda per ritrovarsi. Tutto passa per la Leopolda ormai format affermato.

Non è il Partito che forma un leader, me è il Leader che forma il partito. Matteo ormai ha già vinto la partita col partito, per usare un gioco di parole à la Renzi.

Renzi brucia le tappe; non ha ancora finito di fare il sindaco a Firenze (valutare se bene o male non è compito di questo post) che si candida per essere il leader della coalizione elettorale di sinistra, attraverso il perverso e rischioso (per tutti) meccanismo delle Primarie. Qui il vecchio centralismo democratico dell’apparato del PCI dà l’ultimo sussulto di orgoglio organizzativo e convince la mitica base che la vera “ditta”, quelli giusti, quelli veri, sono loro. Il fatto che comunisti mai pentiti usino la capitalistissima parola ditta per definire se stessi, dimostra il loro caos mentale, lo “sbando identitario”, si direbbe in politichese. E Renzi perde assai nettamente, pur arrivando al ballottaggio: 60 a 40 per Bersani e la sua ditta. Il messaggio che invia la mitica base è chiaro: preferiamo perdere, ma rimanere puri e di sinistra, piuttosto che vincere e contaminarci con qualcosa che non ci appartiene. E qui si vede la stoffa del leader: incassa, analizza i motivi della sconfitta, capisce come (non) utilizzare il partito e si prepara per la volta successiva. Si prepara a vincere. Solo sapendo perdere si riesce a vincere: è la principale dote di leadership. E Renzi è qui si dimostra tale.

Bersani poi lo facilita con una comunicazione elettorale suicida, il famoso “smacchiatore di leopardi” che si dichiara già vincitore, riportando così genialmente la famosa non-vittoria.

Nasce quindi il governo Letta, pastrocchio che tiene insieme PD e PDL, che ben presto mostra la corda nella sua azione di governo, inadatto a fare le grandi riforme di cui l’Italia ha bisogno.

Nel frattempo il PD si incarta, come solo lui sa fare, nelle primarie per la scelta del segretario. Non era previsto a questo punto questo passaggio nella scaletta di Renzi, ma ci mette un secondo a buttarsi nella mischia e a combattere. Per vincere, naturalmente.

E come fa? Intanto fa di tutto per liberarsi dalle pastoie procedurali che lo penalizzarono nelle primarie per la leadership elettorale, perse da Bersani. Devono poter votare tutti quelli che lo desiderano, comunica enfaticamente Matteo. Come infatti sarà.

In questa fase, come stratega della comunicazione c’è l’autore del format della Leopolda: Giorgio Gori. Già allievo di Freccero, poi artefice del palinsesto delle reti Mediaset: un vero esperto della comunicazione e della moderna TV italiana.

Qui tutti gli elementi comunicativi del Renzi battagliero si dispiegano contro la vecchia classe dirigente: è la Rottamazione.

Veltroni: il disastro, Franceschini: il vicedisastro; Finocchiaro: improponibile; il gruppo dirigente del PD: erano lì quando lui andava alle elementari; la capacità di rinnovamento di Bersani-D’Alema&Friends: riformisti da convegno, da tartina, innamorati della sconfitta, etc. Il tutto espresso con termini tipo asfaltare, distruggere, dimenticare, con un linguaggio sarcastico, urticante, cartavetrato, corrosivo.

Renzi vince trionfalmente, con quasi il settanta per cento dei consensi. E ottiene i risultati migliori proprio nelle regioni rosse, dove si supponeva che il vecchio apparato fosse più forte. Nella base storica del PD non è raro trovare opinioni del tipo: “Non ci piace, ma con lui si vince”. Una sorta di rassegnata delega.

“Non è la fine della sinistra, è la fine di un gruppo dirigente della sinistra” commenterà Renzi col consueto gioco di parole. Che farà ora il neo-segretario del maggior partito italiano?

E di lì a poco arriva il famoso e ormai proverbiale “Enrico stai sereno!”

Qui Renzi passa per il traditore che pugnala l’amico rivale alle spalle, dopo averlo tranquillizzato.

Personalmente penso che Renzi, quando pronunciò queste tre parole famose, non avesse ancora deciso il cambio al posto di comando. Ritengo che Renzi abbia dovuto fare la brusca accelerazione per manifesta incapacità di Letta, che non si rendeva conto della gravità della situazione. E a quel punto, obbligato a intervenire per evitare lo sfacelo, non ci abbia pensato due volte. Naturalmente questa è una mia personalissima valutazione. Come siano andate veramente le cose non si saprà mai.

E intanto Matteo è già arrivato in cima, al governo del paese.

 


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