Profile Photo

think

Questo è il profilo della redazione. Chiunque può segnalarci articoli interessanti da riproporre e pubblicare

le multinazionali dovranno svelare i numeri Paese per Paese

Agenda Digitale, WEB
17/10/2015 0 comments
Share on Facebook0Share on LinkedIn0Share on Google+0Tweet about this on TwitterEmail this to someonePrint this page

La tassazione delle aziende multinazionali è a un punto di svolta, grazie a un pacchetto di nuove misure proposte dall’Ocse che saranno adottate dai ministri delle finanze del G20. Le nuove regole, più stringenti, obbligheranno le multinazionali (digitali e non) a compilare dei report sull’attività svolta in ogni Paese: sarà così più difficile eludere il fisco.

Beps (Base Erosion and Profit Shifting) è l’acronimo che spiega il programma di nuova legislazione voluta dal G20 e dall’Ocse, che lavorano a una proposta dal 2013. L’Ocse stima che l’ammontare completo dell’erosione fiscale mondiale sia tra i 100 e i 240 miliardi di dollari all’anno, pari al 4-10% del totale delle tasse sulle società.ama

Il programma, pubblicato oggi a Parigi dopo due anni di studio e confronto, presenta quindici azioni concrete. In alcuni casi, gli interventi sono direttamente applicabili, in altri servirà la firma di una convenzione multilaterale, prevista per il 2016.

Le misure del Beps faranno notizia in Italia, dove si è brevemente dibattuto di fisco ed economia digitale a metà settembre, quando Matteo Renzi ha accennato all’introduzione della digital tax. Dopo l’annuncio e le reazioni – contraria Confindustria Digitale, favorevole Confindustria Radio e Tv -, fonti del Ministero dell’Economia avevano suggerito di aspettare il report dell’Ocse.

Ora i risultati finali del lavoro dell’Ocse ci sono, e la notizia è che l’impostazione italiana accennata a settembre e contenuta anche in una proposta di legge di Scelta civica appare coerente con il quadro presentato dall’organizzazione internazionale.

Il governo aveva ipotizzato di inserire la misura già nella legge di stabilità. Ora starà al ministro Pier Carlo Padoan, già segretario generale dell’Ocse, decidere se anticipare le mosse della sua ex organizzazione.

Complessivamente, l’azione indicata sembra una spinta gentile e progressiva, ma determinata. «C’è totale accordo tra governi e multinazionali sul fatto che l’economia digitale è l’economia di oggi, ma serve riconoscere che caratteristiche peculiari accentuano problemi di erosione fiscale, è necessario considerare la cosa», dice a La Stampa Raffaele Russo, l’italiano che coordina l’intero progetto Beps.

Il programma si basa su un principio chiave: la tassazione per le attività che hanno una presenza economica significativa anche se non fisica. Per determinare il valore di un’attività si ricorrerà a un report che le multinazionali saranno obbligate a compilare, una sorta di autocertificazione. Una misura accessoria, e pensata come incentivo all’istituzione di una stabile organizzazione in ogni Paese in cui svolge un’attività, è invece quella della ritenuta alla fonte sui redditi da attività digitali. L’Ocse non suggerisce un’aliquota, mentre nella proposta di Scelta civica si proponeva la ritenuta del 25% e il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti, stimava così per le casse italiane un gettito annuo da 2-3 miliardi di euro. Ma, sottolinea Russo, la ritenuta è soprattutto un modo per convincere le multinazionali ad aprire la stabile organizzazione.

Uno degli esempi più rilevante è quello di Amazon, che per anni in Europa ha gestito tutta l’attività dalla sede nel Lussemburgo. Dallo scorso maggio, prevenendo le misure dell’Ocse, il gigante dell’ecommerce, ha aperto la stabile organizzazione in Italia, in Inghilterra, In Germania e Spagna.

Alcune misure sono applicabili da subito, per esempio le norme relative al transfer pricing. Per altre è invece necessario che ogni Paese approvi delle modifiche legislative. Per questo l’Ocse e il G20 stanno già lavorando con 90 governi su una convenzione da firmare nel 2016. In quell’occasione sarà approvato lo strumento che consentirà l’implementazione diretta delle misure.

Il programma si rivolge in primis alle aziende, ma anche agli Stati. «Chiediamo di limitare le pratiche fiscali che puntano ad attirare gli investimenti in modo scorretto. Gli incentivi dovranno essere proporzionati all’investimento», dice Russo.

Il dossier fiscale è tecnico e può sembrare noioso, ma rivela anche posizioni politiche. Gli Stati Uniti, casa madre dei grandi attori che operano in Europa, da Google a Facebook, sono al tavolo del Beps e hanno lavorato attivamente alle misure, ma non fanno ancora parte dei 90 Paesi pronti a firmare la convenzione il prossimo anno.

Anche in Europa il dibattito è aperto. Nella proposta sul mercato unico digitale inseguito dalla Commissione Juncker si cita l’esigenza di uniformare l’Iva sulle vendite, ma la questione fiscale non è affrontata. L’Italia aveva invece chiesto di armonizzare le normative fiscali: ogni regolamentazione nazionale rischia di creare ancora più confusione.

«Sono molto soddisfatto, penso veramente che nel loro insieme le misure avranno un’efficacia sostanziale, nonostante ci sia stata un’opposizione fortissima da parte del business»,, conclude Russo.

Il pacchetto di misure sarà presentato giovedì prossimo a Lima, in Perù, all’incontro dei ministri delle finanze del G20, e in seguito al meeting G20 di Antalya di metà novembre. Lo scoglio più duro, come sempre, è quello dell’effettiva implementazione delle misure.

[continua su La Stampa]


Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *