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Quanto ci costa la droga

Cronaca e Attualità, Informazione, Scuola
16/10/2015 0 comments
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I costi della droga in Italia ammontano a circa 715 euro per ogni cittadino italiano, o, se si vuole, a una percentuale del Pil che oscilla fra l’1,8% e il 2,5%, a seconda delle stime. Cifre che sono state presentate alla comunità di San Patrignano nel corso di uno degli incontro del We Free days, una tre giorni dedicata al tema della prevenzione della tossicodipendenza.
A fronte di ciò gli investimenti che si tradurrebbero in un ritorno economico rilevante per la società appaiono ancora insufficienti o perlomeno inefficienti.
«In Italia la retta di rimborso pubblico per l’ospitalità di un tossicodipendente in una comunità di recupero oscilla tra i 37 e i 150 euro- ha sottolineato Giovanni Pieretti, professore di Sociologia all’università di Bologna-. Alcune regioni propongono una retta bassa ma criteri di accreditamento difficilissimi. Occorre portare giustizia nella materia oppure il titolo V della Costituzione rischia di essere solo controproducente. Non auspico un tariffario unico nazionale ma una maggiore uniformità: tanto per fare un esempio, nel Lazio la cifra è di 37 euro, e quella per un cane al canile 32. Con tutta la simpatia e il rispetto anche per i cani mi sembra che l’esiguità della differenza meriti una riflessione»

Costi legati alla carcerazione
Uno dei temi economici affrontati durante l’incontro è anche l’aspetto economico legato al carcere. «Oggi su 50 mila detenuti in Italia se ne contano quasi 18 mila per reati legati agli stupefacenti» ha spiegato Cosimo Maria Ferri, sottosegretario alla Giustizia. «In media costano ciascuno 150 euro al giorno ed è anche difficile recuperare da parte dello Stato le spese giudiziarie. Senza contare – ha osservato – i costi legati all’attività d’indagine, investigativa e quelli legati al processo penale». «Per questo ritengo sia importantissima la prevenzione- ha concluso il magistrato- oltre all’informazione, specialmente verso i minori, e la realizzazione di politiche che incoraggino strategie di recupero fuori dal carcere che assicurino la certezza della pena ma che siano mirate soprattutto al recupero e al successivo reinserimento sociale dei tossicodipendenti ».

Le esperienze all’estero
Il successo del trattamento drug free nelle comunità- ha spiegato, in merito, Martien Kooyman, psichiatra e psicoterapeuta olandese, – significa ridurre la circolazione di droghe in generale, migliorare la salute fisica e mentale e l’integrazione sociale, ridurre le ricadute, far diminuire la criminalità: più a lungo si rimane all’interno di un programma più elevato è il tasso di successo. Le ricerche mostrano che 1 dollaro investito in questo settore porta a un risparmio di 10 dollari in termini di costi sanitari». «Di fatto – ha aggiunto Rowdy Yates, ricercatore scozzese di scienze sociali applicate alla University of Stirling – spendere nelle comunità terapeutiche è un investimento: un buon trattamento delle dipendenze promuove uno sviluppo positivo del contesto sociale. Gli studi dimostrano che se le persone si recuperano senza l’impiego di sostanze sostitutive, rientrano in società con una qualità della vita superiore a quello della popolazione media».

I legami fra narcotraffico e terrorismo
Sul fronte dei risvolti economici legati alla tossicodipendenza ha parlato anche il magistrato turco, Engin Durnagol che ha analizzato il rapporto tra traffico di stupefacenti, criminalità organizzata e terrorismo. «La criminalità organizzata transnazionale e i gruppi terroristici costituiscono una grave minaccia per la sicurezza internazionale – ha sottolineato -: ciascun soggetto alimenta l’altro e a causa dei suoi rapidi cambiamenti la criminalità organizzata ramifica e agisce con l’obiettivo di commettere uno o più crimini gravi per ottenere un vantaggio finanziario». A giudizio del magistrato turco, «ci sono infatti svariate similitudini tra il profilo del terrorista e il trafficante di droga, per struttura operativa, contesto di azione, entrambi sfruttano i confini deboli della società basandosi sulla tecnologia. L’intimidazione la paura – ha concluso – sono i loro strumenti ed entrambi si rivolgono ai giovani come fonti di reclutamento per le loro attività o come bersaglio».

[da Corriere.it]


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